OPERAVIVA

anticipazioni, recensioni, notizie, discografie a cura di Sergio Albertini (per l'invio di news, materiali, segnalazioni, contatti: leute_heute@leonardo.it)

La Mozart Woche di Milano

In occasione del 250° anniversario della nascita del celebre compositore austriaco Wolfgang Amadeus Mozart, la Gioventù Musicale d'Italia realizza a Milano la prima Mozart Woche, una settimana interamente dedicata a questa grande personalità della musica classica. Dopo Vienna, Salisburgo e Parigi anche Milano, città che ha rivestito un ruolo rilevante nella vita e nella produzione di Mozart, ha deciso di organizzare una serie di eventi finalizzati ad approfondirne il carattere, la vita e l'opera.
Gli appuntamenti della Mozart Woche avranno luogo
tra il 6 e il 19 febbraio 2006 a Palazzo Clerici e in altre sedi legate alla presenza del compositore a Milano. Autorevoli esponenti del mondo musicale parteciperanno a questo progetto che prevede conferenze, concerti, presentazioni di libri e numerosi eventi collegati, come la mostra proveniente dall'Internationale Stiftung Mozarteum di Salisburgo, interamente dedicata ai viaggi di Mozart in Italia.
La manifestazione gode del prestigioso patrocinio del Mozarteum di Salisburgo e del contributo del Comune di Milano.

 

Programma della Mozart Woche - Settimana Mozart 2006

Venerdì 27 gennaio
Palazzo Clerici
Via Clerici 5, Milano
ore 11.00
Conferenza stampa di presentazione dell'intera iniziativa
ore 20.30
Concerto: "Il sogno di Mozart"
Maurizio Dini Ciacci e Isabella Turso, duo pianistico
Giacomo Anderle, attore
Musiche di W.A. MOZART:
Sonata in Do maggiore per pianoforte a 4 mani KV 19d
Sonata in Si bemolle maggiore per pianoforte a 4 mani KV 358
Anhang in Sol maggiore per pianoforte a 4 mani KV 357
Sonata in Fa maggiore per pianoforte a 4 mani KV 497

Lunedì 6 febbraio
Palazzo Clerici
Via Clerici 5, Milano
ore 18.30
"Mozart svelato" - incontro con il Prof. Vittorino Andreoli, psichiatra e scrittore
ore 19.30
Aperitivo mozartiano
ore 20.30
Concerto: Thomas Christian Ensemble, quartetto d'archi
con Alessandro Travaglini, clarinetto
Musiche di W.A. MOZART:
Quartetto in si bemolle maggiore KV 317d per clarinetto, violino, viola e violoncello (trascrizione originale della sonata per violino e pianoforte KV 378)
Quartetto in mi bemolle maggiore KV 374f per clarinetto, violino, viola e violoncello (trascrizione originale dalla sonata per violino e pianoforte KV 380)
Sonata per Trio d'archi in si bemolle maggiore K 266
Quintetto per clarinetto e archi in la maggiore KV 581

Venerdì 10 febbraio
Palazzo Clerici
Via Clerici 5, Milano
ore 18.30
"Mozart e i soldi" - incontro con il Prof. Rudolph Angermüller, Segretario Generale del Mozarteum di Salisburgo
ore 19.30
Aperitivo mozartiano
ore 20.30
Concerto: Marco Rizzi, violino; Alessandro Maffei, pianoforte; Luca Ranieri, viola
Musiche di W.A. MOZART:
Duo per violino e viola in Sol maggiore K 423
Duo per violino e viola in Si bemolle maggiore K 424
Sonata per violino e pianoforte in Si bemolle maggiore K 378

Sabato 11 febbraio
Palazzo Clerici
Via Clerici 5, Milano
ore 18.30
"Incontro con l'autore" - il Prof. Piero Melograni presenta il libro "La vita e il tempo di W.A. Mozart"
ore 19.30
Aperitivo mozartiano
ore 20.30
Concerto: Quartetto d'archi di Venezia
Musiche di W.A. MOZART:
Quartetto in Sol maggiore K 80 ("Quartetto di Lodi")
Quartetto in Re maggiore K 156
Quartetto in Do maggiore K 157
Quartetto in Re maggiore K 499

Lunedì 13 febbraio
Palazzo Clerici
Via Clerici 5, Milano
ore 18.30
Il Prof. Giacomo Fornari, musicologo, presenta la copia anastatica dei Quartetti di Milano
ore 19.30
Aperitivo mozartiano
ore 20.30
Concerto: Quartetto d'archi di Cremona
Musiche di W.A. MOZART:
Quartetto in fa maggiore K 158
Quartetto in si bemolle maggiore K 159
Quartetto in mi bemolle maggiore K 160
Quartetto in sol maggiore K 387 (Dedicato a Haydn)

Venerdì 17 febbraio
Palazzo Clerici
Via Clerici 5, Milano
ore 18.30
"Mozart dopo Mozart" - incontro con il prof. Giacomo Fornari, musicologo
ore 19.30
Aperitivo mozartiano
ore 20.30
Concerto: Quartetto Aglaia
Musiche di W.A. MOZART:
Quaerite Primum Regnum Dei K 86
Adagio e Fuga in re maggiore (da J.S. Bach)
Introduzione e Fuga in re minore (da J.S. Bach)
Messa da Requiem K626 nella trascrizione di P. Lichtenthal

Sabato 18 febbraio
Palazzo Clerici
Via Clerici 5, Milano
ore 18.30
"Mozart parlato" - incontro con l'interprete. Chiara Bertoglio, pianista, presenta il suo libro su Mozart
ore 19.30
Aperitivo mozartiano
ore 20.30
Concerto: Chiara Bertoglio, pianoforte
Musiche di W.A. MOZART:
Sei Danze Tedesche
Sonata in do maggiore KV 330
Variazioni su un tema dal Quintetto KV Anh. 137
Fantasia in do minore KV 475
Sonata in do minore KV 457

Domenica 19 febbraio
Chiesa del Carmine
Piazza del Carmine 2, Milano
ore 21.00
Orchestra Silete Venti!
Dir. Corrado Rovaris
Roberta Invernizzi, soprano
Musiche di W.A. MOZART:
Sinfonia in sol maggiore K 74
Mottetto in fa maggiore K 165 "Exultate, Jubilate" per soprano, orchestra e organo
Aria per soprano e orchestra in mi bemolle maggiore K 78 "Per pietà bell'idol mio" su testo di Pietro Metastasio - "Artaserse" I,5
Sinfonia in re maggiore K 84
Sinfonia in fa maggiore K 112

Martedì 21 febbraio
Chiesa del Carmine
Piazza del Carmine 2, Milano
ore 21.00
Ensemble Zefiro, con strumenti d'epoca
"Divertimenti di Salisburgo per archi e fiati"
Musiche di W.A. MOZART:
Divertimento KV 251 in Re Maggiore "Nannerl-Septett" (Salzburg, luglio 1776), per oboe, 2 corni, 2 violini, viola e basso allegro molto; menuetto e trio; andantino; menuetto con variazioni; rondò allegro assai; marcia alla francese
Divertimento KV 205/167A in Re Maggiore (Salisburgo 1773), per 2 corni, fagotto, violino, viola e basso largo - allegro, menuetto e trio, adagio, menuetto e trio finale, marcia (KV290/167AB)
Divertimento KV 131 in Re Maggiore (Salzburg, giugno 1772), per flauto traverso, oboe, 4 corni, 2 violini, 2 viole, basso allegro, adagio, menuetto, allegro, menuetto, adagio - allegro molto

BIGLIETTI
Intero: Euro 12
Ridotto (Anziani over 60 e studenti): Euro 10,00
Abbonamento all'intera settimana
Intero: Euro 70,00
Ridotto (Anziani over 60 e studenti): Euro 60,00

EVENTI COLLEGATI
13-24 febbraio 2006
Palazzo Clerici, Sala delle Colonne
Mostra "I viaggi di Mozart in Italia"
Con circa 20 pannelli, la mostra, realizzata da Rudolph Angermüller per conto dell'internazionale Stiftung Mozarteum di Salisburgo, ripercorre le tappe principali dei viaggi di Mozart, con particolare riferimento ai tre tour italiani. Le immagini e le fotografie scattate per l'occasione da Vera von Glasner, corredate da testi esplicativi, presentano paesaggi, scorci d'ambiente, manoscritti musicali, frontespizi e ritratti di personaggi che ruotarono intorno a Mozart.  

 

Orfeo di Monteverdi a Milano. Contro il disagio mentale.

 

Il 7 Febbraio 2006 alle ore 20.30 presso l'Auditorium: di Milano, avrà luogo una recita speciale a favore della cooperativa sociale "Il Laboratorio" di Procaccini 14 di Milano, Onlus, che da anni lavora per il disagio mentale. il ricavato andrà a finanziare il progetto terapeutico-riabilitativo "Quelli di Harvey", che: si propone di ampliare significativamente il ruolo assegnato agli: strumenti: drammatici e musicali. Il fine ultimo, è quello di dar: vita ad: uno: spazio articolato che valorizzi tali strumenti e che: sia: 'aperto': e quindi fruibile da tutti i cittadini.

Sarà eseguito Orfeo di Claudio Monteverdi (1607) in forma semi-scenica.
La favola, organizzata dall'Accademia degli Invaghiti sotto l'auspicio del principe ereditario Francesco Gonzaga fu mandata in scena il 24 febbraio 1607 in un sala dell'appartamento di Margherita Gonzaga, vedova di Alfonso II d'Este.
Dal punto di vista squisitamente letterario, il libretto di Orfeo, scritto da Alessandro Striggio junior (figlio dell'omonino compositore), un testo drammatico boschereccio (dove cioè la componente pastorale prevale sulle altre, secondo l'altissimo modello de L'Aminta di Torquato Tasso), è un tipo di composizione che rientra, oltre che in un genere ben codificato, in una tradizione specificatamente locale mantovana, risalente all'Orfeo di Angelo Poliziano composto nel 1480 per una festa nuziale della corte Gonzaga e culminante nella rappresentazione de Il pastor fido: di Battista Guarini del 1598.
Anche dal punto di vista musicale si possono individuare legami con opere precedenti, già solo considerando che l'ambiente della committenza, la corte di Mantova, aveva contatti frequenti con quello fiorentino, ove pochi anni prima erano nate quelle che oggi possiamo considerare le prime opere in musica (tra le quali è doveroso citare la famosissima Euridice: di: Jacopo Peri e Giulio Caccini del 1600). I contatti tra i due ambienti non si fermano però qui: Francesco Rasi (il primo interprete di Orfeo) aveva cantato il ruolo di Aminta proprio nell'Euridice (oltre che in successivi allestimenti fiorentini), mentre Giovan Gualberto Magli (il castrato soprano primo interprete della Musica) fu probabilmente allievo di Caccini, grande didatta di canto, oltre che compositore e cantante egli stesso.
Caratteristiche comuni a tutte le prime opere in recitar cantando sono, oltre alla scelta di soggetti pastorali (come appunto il mito di: Orfeo ed Euridice), la presenza di un prologo recitato da una figura allegorica (la Tragedia in Euridice o la Musica in Orfeo) a presentare e giustificare la novità della rappresentazione operistica.
Tutti questi elementi comuni non devono però far pensare che Monteverdi: abbia semplicemente riproposto al pubblico mantovano una composizione in puro stile fiorentino; al contrario, il compositore riuscì a sfruttare appieno tutte le potenzialità drammatiche del testo di Striggio alternando: e differenziando la struttura aperta del recitar cantando con quella tendenzialmente chiusa e regolarmente strofica del testo. Esempio emblematico di questo procedimento è il secondo atto che, dopo essersi aperto con i canti di Orfeo e dei pastori (forme strofiche), viene interrotto dalla Messaggera con l'annuncio della morte di Euridice. Tale intervento viene musicato da Monteverdi attraverso uno stile declamato che fa uso di espedienti tecnici particolari (quali il cromatismo e gli scontri dissonanti tra la voce e il basso) per raggiungere un altissimo effetto espressivo e patetico, grazie anche ad un sapiente uso della strumentazione.
Altro tratto innovativo dell' Orfeo di Monteverdi è infatti il particolare uso dell'orchestra, che viene associata al testo secondo varie modalità. La sua prima funzione è di carattere descrittivo-simbolico: grazie ad essa la sonorità timbrica degli strumenti evoca direttamente il carattere della situazione scenica o del personaggio All'Inferno degli atti III e IV, ad esempio, vengono associati strumenti «terribili» dal suono cupo quali tromboni e cornetti, mentre Caronte viene accompagnato da un regale (una sorta di organo di legno dal timbro piuttosto scuro e nasale).
Ma la vera originalità monteverdiana emerge nello sfruttamento delle varie possibilità timbriche degli strumenti a fini espressivi: tornando all'intervento della Messaggera del II atto, la partitura prescrive l'uso di un organo di legno e di un chitarrone (organico ben più scarno rispetto a quello richiesto in precedenza: viole da braccio, clavicembali e chitarroni), in modo da marcare in modo netto, grazie alla notevole differenza timbrica, la diversa situazione affettiva tra la festosa danza dei pastori e il doloroso racconto della morte di Euridice. Importare notare inoltre che lo stesso organico viene mantenuto per il successivo intervento di Orfeo Tu se' morta e il duo dei pastori Chi ne consola, ahi lassi?, a sottolineare come l'arrivo della Messaggera crei una frattura totale (anche timbrica) rispetto alla situazione precedente.
Grazie all'estrema efficacia dell'uso di tutti questi espedienti (la varietà stilistica, la vocalità, la strumentazione) Monteverdi riesce a raggiungere un altissimo livello di tensione espressiva e drammatica, e, nonostante Orfeo sia la sua prima composizione nel genere operistico, dimostra a pieno titolo la sua grandezza compositiva.

L'esecuzione sarà affidata all'ensemble LA VENEXIANA è considerato il più prestigioso gruppo in attività per l'esecuzione dei madrigali di Claudio Monteverdi. Sta completando la registrazione dell'Integrale dei Madrigali di Claudio Monteverdi per l'etichetta spagnola Glossa. Ha recentemente ricevuto lo CHOC dell'Anno 2005 dalla rivista francese Le Monde de
la Musique.

Ottavia
Piccolo, ospite straordinaria della serata, introdurrà ORFEO leggendo alcune pagine da Le Metamorfosi di Ovidio.

Patrocinatori dell'evento:: Regione Lombardia, Provincia di Milano,: Comune di Milano, Ospedale Fatebenefratelli, Centro Italiano Psichiatria, Università di Pavia (Facoltà di Musicologia).

Al termine dell'Opera Il Laboratorio Procaccini 14 e l'azienda vinicola Tre Monti di Imola avranno il piacere di offrire un rinfresco al gentile pubblico.

Lo spettacolo sarà registrato e diffuso da Radio 3 Suite.


Prevendita ed informazioni c/o Auditorium di Milano ,
largo Mahler. Tel: 02-83389201/202/203
Costo biglietti: 20-35-50 Euro



Claudio MONTEVERDI: L'ORFEO (1607)
Favola pastorale in 5 atti su testo di Alessandro Striggio

Personaggi ed interpreti:
Musica/Euridice: Emanuela GALLI
Orfeo: Mirko GUADAGNINI
Messaggera: Marina DE LISO
Proserpina: Cristina CALZOLARI
Plutone: Matteo BELLOTTO
Speranza: Patrizia SCIVOLETTO
Caronte: Salvo VITALE
Apollo: Vincenzo DI DONATO
Ninfa: Roberta MAMELI
Pastore I: Giovanni CACCAMO
Pastore II - Spirito I: Giovanni CANTARINI
Pastore III: Claudio CAVINA
Spirito II: Tony CORRADINI
Ninfe: Francesca Cassinari, Paola Reggiani
Yeztabel Arias Fernandez, Nadia Enghebel,
Gianluca Zoccatelli, Davide Galassi,
Valdis Joanson, Andrea Favari

Ensemble
LA VENEXIANA
Dir.
CLAUDIO CAVINA
Svetlana Fomina: violino I
Carlo Lazzaroni: violino II
Maurizio Barbetti: alto I
Efix Puleo: alto II
Rodney Prada: lirone
Caterina dell'Agnello: violoncello
Alberto Lo Gatto: violone
Luca Marzana: tromba I

All'Alighieri di Ravenna I quatro rusteghi di Wolf-Ferrari

 

Sabato 4 e Domenica 5 febbraio la stagione lirica del Teatro Alighieri proporrà un'opera rara e preziosa, I quatro rusteghi commedia musicale in tre atti che Ermanno Wolf-Ferrari compose su un libretto di Giuseppe Pizzolato dalla commedia (I Rusteghi) di Carlo Goldoni.
Il nuovo allestimento del Teatro del Giglio di Lucca, sarà diretto da Aldo Sisillo  – che guiderà l'Orchestra CittàLirica – e si avvarrà della regia di Gino Zampieri e scene e costumi di Luca Antonucci (le luci sono di Ugo Benedetti).
 
Nulla meglio del nostro teatro costruito dai fratelli veneziani Meduna può accogliere questo nostalgico e divertente quadretto ambientato nella città lagunare: una Venezia del carnevale, delle maschere e dei teatri rimasta simile a se stessa nel tempo, un volto che, rispetto a quello ammirato da Goldoni nel Sette e da Wolf-Ferrari all'inizio del Novecento, rimane sostanzialmente identico.
È proprio dall'amore viscerale per la città – che già era stato del grande commediografo – che il compositore italiano (veneziano anche lui), pur se di formazione musicale tedesca, Ermanno Wolf-Ferrari, fa scaturire la sua ispirazione che lo convincerà a portare sul palcoscenico le più belle commedie d'ambiente di Carlo Goldoni.
 
"Quanto si rappresenta nel teatro non dev'essere se non la copia di quanto accade nel mondo. La commedia allora è quale esser deve, quando ci pare d'essere in una compagnia del vicinato, o in una familiare conversazione..."
I quatro rusteghi rispecchiano perfettamente i dettami del Goldoni narrando una Venezia settecentesca dei vecchi mercanti gretti e tradizionalisti, delle loro mogli che il benessere ha reso smaniose di lusso, di divertimenti e di novità e delle loro figlie, custodite gelosamente dentro casa, da barattare al momento opportuno in cambio di ricche doti.
"Deboto xe finìo carneval", si lamenta Lucieta con la matrigna Margarita, senza aver visto una "strazza de comedia". È questo l'avvio della pièce goldoniana, che sceglie proprio il teatro come elemento spartiacque tra due mondi, tra due "filosofie". Le donne che rimpiangono i tempi in cui non mancava il divertimento durante il carnevale, soprattutto l'abitudine al teatro, e i quattro rusteghi che rimpiangono il tempo che fu, ma per il motivo opposto: la loro nostalgia è per quando l'autorità dell'uomo non era messa in discussione, e per quando non c'erano grilli per la testa.
 
Nonostante la difficoltà a tradurre in musica una commedia di carattere, Wolf-Ferrari riuscì, grazie alla collaborazione di Giuseppe Pizzolato – pittore, attore e poeta colto e sensibile –, e all'esperienza del primo approccio al teatro goldoniano (Le donne curiose, 1903) a trionfare alla prima tedesca che si svolse a Monaco di Baviera, sua città di formazione, nel marzo del 1906.
Per il definitivo successo in Italia, però, il compositore dovette attendere: nonostante il buon esito esito di alcune rappresentazioni del 1914, la vera popolarità venne solo con le riprese del 1921 e, soprattutto, con la rappresentazione scaligera dell'anno successivo.
 
Quella di Wolf-Ferrari è una Venezia della memoria: una città sospesa nel tempo, con le nostalgie di un Settecento illusorio e sentimentale che si riflettono nella composizione ricca di suggestioni diverse, da Mozart a Rossini fino al Verdi del Falstaff.  "Un richiamo al passato che però non è una scelta di carattere intellettualistico", come afferma Bassini nel saggio di presentazione, ma mera "rievocazione pittoresca, ingenuamente divertita delle grazie del Settecento veneziano".
 
La visione registica evidenzia le situazioni ludiche da "opera buffa" facendo rivivere l'intreccio goldoniano in forma grottesca, patetica ed ironica come una favola. Ecco così  che la realizzazione scenica diviene fantastica: una gabbia-casa-voliera, metafora dello stato di imprigionamento in cui i rusteghi costringono mogli e figlie. Nelle voliere sono rinchiusi, "prigionieri", i giovani promessi sposi, ma anche le donne sposate e, vittime del loro stesso oscurantismo retrogrado e perfino i quattro rusteghi.
 
Nelle due recite si alterneranno Alessandro Spina e Massimiliano Galli nei panni di Lunardo, Elisa Fortunati e Sara Bacchelli in quelli di Margarita, Paola Leggeri e Ilaria Zanetti che daranno voce a Lucieta, Valdis Jansons Maurizio; Roberto Covatta e Domenico Menini si spartiranno il ruolo di Filipeto, Mirella Di Vita e la ravennate Emanuela Tesch interpreteranno Marina, Giuseppe Murana e Mirko Quarello saranno Simon mentre Matteo Ferrara Cancian.  Per finire Michela Bregantin e Marianne Gesswagner si scambieranno le vesti di Felice, Raffaele D'Ascanio e Pasquale Ferraro quelle del Conte Riccardo eLetizia Dei sarà una giovane serva di Marina.

Una originale e spregiudicata fiaba teatrale
Nell'universo musicale di Wolf-Ferrari, pieno di poesia, di tenera malinconia, di affettuosa ironia ma anche, talvolta, di feroci caricature che avviluppano i personaggi in un sonoro e sarcastico sberleffo, ci si aspetterebbe di incontrare più il mondo della fiaba simbolico-fantastica di Gozzi che quello realistico e razionale del moralista Goldoni. Invece sono ben quattro le opere di quest'ultimo che Wolf-Ferrari mette in musica con grande successo: I quatro rusteghi, La vedova scaltra, Il campiello, Le donne curiose. Ne I quatro rusteghi, vera e propria opera buffa, dove certe situazioni ludiche sono vicine allo spirito dell'operetta in chiave, di volta in volta, grottesca, patetica, ironica, sentimentale, Wolf-Ferrari riesce ad affermare una sua originalissima visione dell'intreccio goldoniano. Senza essere infedele al grande drammaturgo, Wolf-Ferrari non esita ad avventurarsi in atmosfere al limite del surreale che conferiscono alla "fiaba" un respiro e una "libertà" interpretativa insospettabili.
Regista e scenografo, stimolati da questa sonorità post-goldoniana assai spregiudicata e contemporanea, sono costretti ad interrogarsi sulla pertinenza di un'opzione realistica per scene e costumi. Si è optato per un'idea di voliere in cui sono rinchiusi, "prigionieri", i giovani promessi sposi, ma anche le donne sposate e, vittime del loro stesso oscurantismo retrogrado, perfino i quattro rusteghi. Ma se le musiche di Wolf-Ferrari presentano i quattro talvolta simili all'orco di Pollicino, in altri momenti egli riserva anche a loro la malinconica tenerezza che susciterebbe, ad esempio, la Bestia nella fiaba di Perrault. La fiaba dunque, le voliere, gli uccelli… perché il palcoscenico che accoglie i giovani cantanti di Opera Studio offra loro infinite possibilità di involarsi verso il futuro.
Gino Zampieri

La musica di Wolf-Ferrari, con i suoi chiaroscuri violenti e inquietanti, il suo carattere febbrile, frenetico, a tratti "espressionista" mi ha enormemente stimolato nel corso del mio lavoro preparatorio allo spazio scenico e ai costumi per I quatro rusteghi. Da questi presupposti ha preso forma l'idea della gabbia-casa-voliera, metafora dello stato di imprigionamento in cui i rusteghi costringono mogli e figlie. Questo spazio scenico, che al tempo stesso rimanda ad una Venezia in filigrana, è abitato da personaggi-uccelli per i cui costumi l'iconografia settecentesca si prestava straordinariamente a questo processo di trasformazione, non però in quanto "travestimento", ma piuttosto in quanto mutazione ambigua e surreale (Magritte è dietro l'angolo) del personaggio in uccello, attraverso lo studio di uccelli che in particolare si prestavano ai singoli caratteri.
Luca Antonucci

Una storica esecuzione di Kleiber dell'unica opera di Beethoven

 

Nonostante il proliferare di un mercato discografico sempre più ampio, questa edizione di Fidelio diretta da un ottimo Erich Kleiber e cantata da una emozionante Birgit Nilsson continua a costituire una pietra miliare dell’interpretazione anche a ciqnuant’anni di distanza dalla sua prima apparizione. L’altissimo livello artistico di tutti i protagonisti viene esaltato al massimo da una rimasterizzazione accuratissima che consente di cogliere anche le più piccole sfumature sonore.

Ludwig van Beethoven, Fidelio

Birgit Nilsson, Hans Hopf, Gottlob Frick, Paul Schoeffler, Ingeborg Wenglor, Gerhard Unger

Coro e Orchestra Sinfonica della Radio di Colonia, Erich Kleiber direttore

URANIA URN 289 (2 cd)

Rudolf Kempe dirige Arabella

 

 

Ripresa dal vivo dalla BBC, questa esecuzione dell’Arabella di Richard Strauss vide i complessi dell’Opera bavarese fare ritorno a Londra per la prima volta dopo la fine della seconda guerra mondiale. Arabella è considerata dai critici un’opera di squadra, un fatto che si nota chiaramente in questa edizione, soprattutto grazie alla rilevanza di cui godono i personaggi di minore importanza. Questo allestimento del 1953 vede Lisa della Casa, cantante che ha saputo dare voce e corpo meglio di chiunque altro al personaggio di Arabella, al debutto assoluto nel ruolo, sfoggiando una voce di straordinaria limpidezza e un timbro argentino che sapevano andare all’ascoltatore cui, last but not least, si aggiungeva una avvenenza che non passò inosservata al pubblico londinese. Alla testa di una orchestra bavarese particolarmente ispirata, Rudolf Kempe ci offre un’interpretazione semplicemente indimenticabile, che si colloca nel ristrettissimo novero delle esecuzioni vermanete immortali. Un cofanetto davvero imperdibile.

 

Richard Strauss, Arabella

Lisa della Casa, Elfride Troetschel, Ira Malaniuk, Hermann Uhde, Max Proebstl, Lorenz Feheberger, Franz Klarwein, Karl Hoppe, Albrecht Peter, Kathe Nentwig, Ruth Michaelis, Walter Metthes, Walter Ehrengut, Heino Hallhuber, Emil Graf

Chor und Orchester der Bayerischen Staatsoper, Rudolf Kempe direttore

TESTAMENT TES 1367 (2 cd)

Venezia. Il Crociato in Egitto viene posticipato al 2007

A seguito del taglio del Fondo Unico per lo Spettacolo, la Fondazione si trova costretta a ridurre la propria programmazione lirica 2005/2006. Per questo motivo, la produzione de Il crociato in Egitto verrà posticipata al mese di gennaio 2007.
I biglietti acquistati in internet o telefonicamente saranno rimborsati a mezzo bonifico bancario.
I biglietti acquistati direttamente nei punti vendita, saranno rimborsati a partire da giovedì 23 gennaio 2006 su presentazione del tagliando integro in tutte le sue parti, nelle biglietterie Vela del Teatro La Fenice, P.le Roma e Mestre.
Gli abbonati alla Stagione Lirica 2005/2006 parteciperanno alle
rappresentazioni che saranno programmate nel gennaio 2007 utilizzando l¹attuale abbonamento.
 

Francesco Bagnara: Bozzetto per la scena diciassettesima del secondo atto di Il crociato in Egitto, melodramma eroico di Gaetano Rossi, musica di Giacomo Meyerbeer, Venezia, teatro La Fenice, stagione di carnevale 1823-1824, prima rappresentazione assoluta.
Disegno a matita, penna inchiostro seppia e acquerello
160 x 212 mm

GIAMBRONE NUOVO SOVRINTENDENTE DEL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO

 

È FRANCESCO GIAMBRONE, 48 anni, palermitano, il nuovo Sovrintendente del Maggio Musicale Fiorentino. Lo ha annunciato il Ministro per i Beni e le Attività Culturali ROCCO BUTTIGLIONE insieme al Sindaco di Firenze LEONARDO DOMENICI, in occasione della conferenza stampa convocata a Firenze insieme al Sindaco Leonardo Domenici e al Commissario Straordinario del Maggio e Direttore Generale per lo Spettacolo Salvatore Nastasi.

Giambrone, musicologo, già Sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo, docente al Conservatorio e all’Università, critico musicale e di danza, Assessore alla cultura nella giunta Orlando e medico, succederà dunque dopo sei mesi a Giorgio van Straten, dimessosi dall’incarico alla fine dello scorso mese di maggio, ed entrerà immediatamente in carica affiancando così il Commissario Nastasi, nominato dallo stesso Buttiglione, che porterà a termine l’incarico entro la scadenza del 9 marzo adoperandosi per la ricostituzione del Consiglio di Amministrazione della Fondazione.
Nuovo Direttore Artistico, a partire da quella data, sarà PAOLO ARCÀ, attualmente con lo stesso incarico al Teatro Carlo Felice di Genova, ed in precedenza Direttore Artistico del Teatro alla Scala di Milano al fianco del Maestro Riccardo Muti.
Nell’occasione è stata anche annuciata la costituzione, primo caso in Italia, del nuovo Comitato per il fund-raising a favore del Teatro del Maggio, che coordinerà ed incrementerà le attività di ricerca di finanziamenti privati.
A tale proposito, il Ministro ha anche comunicato la presentazione nei giorni scorsi di un emendamento per estendere al mondo dello spettacolo la possibilità di detrarre dal reddito i contributi di privati cittadini, come già avviene per le donazioni a favore di onlus e associazioni, deducibilità integrale finora possibile solo per le imprese.

Il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, caso unico in Italia, produce sia le annuali Stagioni di opere, concerti e balletti che l’omonimo Festival internazionale, il più antico del nostro Paese e noto in tutto il mondo.
Sul suo palcoscenico si avvicendano i nomi più prestigiosi della scena internazionale, come il Direttore Principale Zubin Mehta, Riccardo Muti, Claudio Abbado, Seiji Ozawa, e registi di punta come Ronconi, Nekrosius, Zhang Yimou, Robert Carsen; numerose sono le sue tournées all’estero – in settembre è stato invitato per la terza volta in Giappone, imminenti tre concerti in Spagna - e le coproduzioni con le maggiori istituzioni europee fra cui il nuovo Palau de les Arts di Valencia: uno stato dunque di solida salute e qualità artistica, ma al contempo di crisi sul versante finanziario come la maggior parte delle altre fondazioni liriche italiane. Ora si apre una nuova fase gestionale e anche di risanamento economico, con le assicurazioni di maggiori contributi da parte degli enti locali, fra cui la Provincia che potrebbe entrare così nel Consiglio di Amministrazione, l’impegno dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, l’auspicato sostanzioso incremento dei privati.

Prima assoluta dellopera di Purcell/Galante tratta da Shakespeare

LA TEMPESTA

 


Teatro Carignano, Lunedì 13 Febbraio 2006, ore 21

La Fondazione del Teatro Regio e la Fondazione del Teatro Stabile di Torino presentano per le Olimpiadi della Cultura di Torino 2006 la prima rappresentazione assoluta de La tempesta, dramma giocoso e masque in parole e musica tratto da brani di Henry Purcell “restaurati” e integrati creativamente dal compositore Carlo Galante sul nuovo libretto di Luca Fontana. L’allestimento è firmato dal regista Giancarlo Cobelli e dallo scenografo e costumista Alessandro Ciammarughi. L’opera è in scena per cinque recite al Teatro Carignano da lunedì 13 a lunedì 20 febbraio.

La direzione musicale è affidata a un apprezzato interprete delle proposte musicali contemporanee più originali, Giuseppe Grazioli, alla guida dell’Orchestra del Teatro Regio e del Quartetto d’archi di Torino. In scena: Laura Cherici, Gemma Bertagnolli, Claudia Nicole Bandera, Carlo Lepore, Umberto Chiummo, Roberto Abbondanza e Danilo Formaggia, cui si aggiungono gli attori Michele De Marchi e Paolo Proietti. «Spettacolo poliedrico» che richiede «artisti che pur cantando hanno una forte vocazione attoriale e anche attitudini di mimo-danzatore», come ha testimoniato Cobelli, sul versante musicale offre un rapporto tra antico e moderno piuttosto articolato: «il Seicento di Purcell è avvolto da una nuova veste sonora che gli assicura un certo grado di omogeneità. Mentre l’altra parte della partitura, quella interamente composta da me – dichiara Galante –, viene in gran parte generata da materiale di derivazione purcelliana».

Luca Fontana – drammaturgo, anglista e ineguagliabile indagatore del mondo shakespeariano – ha riscritto il testo teatrale puntando a riconquistare lo spirito originario dell’ultimo capolavoro di Shakespeare. La vicenda evocata a partire da un contesto attuale, viene messa in stretto rapporto con elementi di modernità, in un gioco tragico-ironico di specchi tra il passato e il presente. In un angolo di una metropoli europea d’oggi, Calibano, divenuto un clochard di colore dedito all’alcool, si addormenta e comincia a sognare… Una tempesta incombe sulla nave del re di Napoli, Alonso I. A invocarla sono state le arti magiche di Prospero, che con la collaborazione dello spirito aereo Ariel provoca il naufragio dell’imbarcazione, dirottata sull’isola dove da dodici anni è stato confinato con la figlia Miranda, dopo essere stato spodestato dal governo di Milano a seguito della congiura ordita dal fratello Antonio e dallo stesso Alonso. L’azione viene poi ricontestualizzata in un odierno villaggio turistico: durante una grande festa in maschera, dove Calibano serve long-drinks, i congiurati vengono trasformati in statue di sale mentre gli astanti festeggiano l’unione di Miranda con Ferdinando, principe ereditario di Napoli. Un gesto di Prospero fa sparire tutto, tra tuoni e lampi. Il mattino dopo tutti sono vestiti da turisti, in attesa della lancia che li riporterà a casa. Ciò che da lontano era sembrato il rumore del motoscafo… si rivela poi una gigantesca onda anomala, che travolge tutto e tutti.

Con le “maraviglie” sceniche e il repêchage secentesco della Tempesta, si vuole celebrare anche il particolare legame di Torino con il Barocco, le cui architetture trovano in questa città alcuni fra gli esempi più mirabili del mondo (a cominciare dal Palazzo Carignano antistante il Teatro stesso).

Per informazioni e vendita biglietti: Biglietteria del Teatro Regio, Piazza Castello 215 - Tel. 011.8815.241/242 - biglietteria@teatroregio.torino.it - sito internet www.teatroregio.torino.it

Torino, 30 Gennaio 2006                                                                                                                                                               



LA TEMPESTA

 

Dramma giocoso e masque in parole e musica in un prologo, due atti e un entr’acte

Libretto di Luca Fontana

da The Tempest di William Shakespeare

 

Musica di Henry Purcell / Carlo Galante

 

Prima esecuzione assoluta

 

                                                                                     Personaggi      Interpreti

 

                                                             Dorinda / Miranda  soprano      Laura Cherici

                                                       Anfitrite / Ferdinando  soprano      Gemma Bertagnolli

                                                                      Ariel  mezzosoprano      C. Nicole Bandera

                                                       Antonio / Primo diavolo  basso      Carlo Lepore

                                                Capitano / Secondo diavolo  basso      Umberto Chiummo

                                        Prospero / Nostromo / Nettuno  baritono      R. Abbondanza

                                                                     Gonzalo / Eolo  tenore      Danilo Formaggia

                                                                               Calibano  attore      Michele De Marchi

                                                                            Re Alonso  attore      Paolo Proietti

 

                                                                       Direttore d’orchestra      Giuseppe Grazioli

                                                                                               Regia      Giancarlo Cobelli

                                                                             Scene e costumi      A.Ciammarughi

                                                                                                 Luci      Nevio Cavina

                                                                                    Movimenti mimici      Lydia Biondi

                                                                          Allestimento fonico      Franco Gaydou

                       Regista collaboratore      Pierluigi Pagano

                        Assistente alla regia      Raffaele Squillacioti

                                                                     Assistente alle scene      Alessandro Nico

                                                                      Assistente ai costumi      Simona Morresi

                                                   Direttore dell’allestimento scenico      Claudio Cantele

                                                                             Maestro del coro      C. Marino Moretti

 

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO REGIO

QUARTETTO D’ARCHI DI TORINO

 

Nuovo allestimento Teatro Regio in coproduzione con Fondazione del Teatro Stabile di Torino

 

Spettacolo per le Olimpiadi della Cultura Torino 2006

 

Teatro Carignano

Piazza Carignano 6 - Torino

 

Lunedì 13 Febbraio 2006                                          ore 21                           Olimpiadi della Cultura

Mercoledì 15 Febbraio 2006                                      ore 21                           Olimpiadi della Cultura

Venerdì 17 Febbraio 2006                                        ore 21                           Olimpiadi della Cultura

Domenica 19 Febbraio 2006                                     ore 15                           Olimpiadi della Cultura

Lunedì 20 Febbraio 2006                                          ore 21                           Olimpiadi della Cultura

 

Discografie - Katia Ricciarelli: le opere in disco

Katia Ricciarelli

discografia

(opere in studio e live)

 

1971

Verdi, IL CORSARO (Medora) – Lamberti, Bruson, Gulin, Cobos, Orchestra del Teatro La Fenice (GDS, live)

Verdi, IL TROVATORE (Leonora) – Tucker, Bruson, Zanibelli, Erede, Orchestra del Teatro Regio di Parma (Bongiovanni, live)

 

1972

Verdi, I DUE FOSCARI  (Lucrezia Contarini) – Franco Tagliavini, Cappuccili, Bartoletti, Opera Chicago (GDS, live)

Verdi, GIOVANNA D’ARCO (Giovanna) – Labò, Zanasi, Franci, Orchestra del Teatro La Fenice (Mondo Musica, live)

Puccini, SUOR ANGELICA (Suor Angelica) – Cossotto, Bartoletti, Orchestra di Santa Cecilia (RCA, studio)

1973

Verdi, I DUE FOSCARI (Lucrezia Contarini) – Scano, Cappuccilli, Zedda, Orchestra Sinfonica di Bari (Myto, live)

Verdi, SIMON BOCCANEGRA (Amelia-Maria) – Domingo, Cappuccilli, Raimondi, Gavazzeni, Orchestra RCA (RCA, studio)

Verdi, DON CARLO (Elisabetta di Valois) – Luchetti, Cappuccilli, Ghiaurov, Cossotto, Pretre, Orchestra del Teatro La Fenice (Mondo Musica, live)

Bellini, I CAPULETI E I MONTECCHI (Giulietta) – Luchetti, Merighi, Bellugi, Orchestra del Teatro La Fenice (Mondo Musica, live)

 

1974

Verdi, LUISA MILLER (Luisa) – Pavarotti, Tozzi, Quilico, Tourangeau, Lopez Cobos, San Francisco Opera (Bellavoce, live)

1975

Verdi, UN BALLO IN MASCHERA (Amelia) – Domingo, Cappuccilli, Grist, Bainbridge, Abbado, ROHO (DVD, live)

Verdi, JERUSALEM (Hélène) – Carreras, Nimsgern, Cassis, Gavazzeni, Rai Torino (Bellavoce, live)

Bizet, CARMEN (Micaela) – Crespin, R.Lewis, van Dam, H.Lewis, Met New York (Gala, live)

 

1976

Verdi, LUISA MILLER (Luisa) – Carreras, Bruson, Rinaudo, Previtali, RAI Torino (Opera d’Oro, live)

Verdi, I DUE FOSCARI (Lucrezia Contarini) – Carreras, Cappuccilli, Ramey, Gardelli, ORF (Philips, studio)

Verdi, LUISA MILLER (Luisa) – Domingo, Bruson, Obratzova, Maazel, ROHO (DG, studio)

Verdi, LA TRAVIATA (Violetta Valery) – Carreras, Zancanaro, Bartoletti, Orchestra Teatro Verdi Trieste (Legato, live)

 

1977

Verdi, IL TROVATORE (Leonora) – Bergonzi, Bruson, Berini, Arena, Macerata Festival Orchestra (On Stage, live)

Verdi, LA BATTAGLIA DI LEGNANO (Lida) – Carreras, Manuguerra, Ghiuselev, Gardelli, ORF (Philips, studio)

 

1979

Verdi, UN BALLO IN MASCHERA (Amelia) – Domingo, Bruson, Obratzova, Raimondi, Gruberova, Abbado, Orchestra del Teatro alla Scala (DG, studio)

Rossini, GUILLAUME TELL (Matilde) – Bonisolli, Nimsgern, Casarini, Finnila, Guadagno, Orchestra della Suisse Romande (Opera Magic, live)

Verdi, AIDA (una sacredotessa) – Freni, Carreras, Baltsa, Cappuccilli, Raimondi, Karajan, Wiener Philharmoniker (Emi, studio)

Puccini, LA BOHEME (Mimì) – Carreras, Wixell, Putnam, Lloyd, Hagegard, Davis, ROHO (Philips, studio)

 

1980

Verdi, IL TROVATORE (Leonora) – Carreras, Mazurok, Toczyska, Philips, ROHO (Philips, studio)

Verdi, UN BALLO IN MASCHERA (Amelia) – Pavarotti, Quilico, Berini, Blegen, Patanè, Met (DVD, live)

Bizet, CARMEN (Micaela) – Berganza, Domingo, Raimondi, Dervaux, Opéra de Paris (DVD, live)

Puccini, TOSCA (Floria Tosca) – Carreras, Raimondi, Corena, von Karajan, Berliner Philharmonicker (DG, studio)

 

1981

Verdi, AIDA (Aida) – Domingo, Obratzova, Nucci, Raimondi, Ghiaurov, Valentini Terrani, Abbado, Orchestra del Teatro alla Scala (DG, studio)

Donizetti, MARIA DE RUDENZ (Maria de Rudenz) – Cupido, Nucci, Baleani, Surjan, Inbal, Orchestra del Teatro La Fenice (Fonit Cetra, live)

 

1982

Puccini, TURANDOT (Turandot) – Domingo, Raimondi, Hendricks, Araiza, Zednik, de Palma, Nimsgern, von Karajan, Wiener Philharmoniker (DG, studio)

Verdi, FALSTAFF (Mrs. Alice Ford) – Bruson, Nucci, Gonzalez, Hendricks, Valentini Terrani, Giulini, Orchestra Filarmonica di Los Angeles (DG, live)

Bizet, CARMEN (Micaela) – Baltsa, Carreras, van Dam, von Karajan, Berliner Philharmoniker (DG, studio)

1983

Puccini, TURANDOT (Liùt) – Marton, Carreras, Bogart, Maazel, Wiener Philharmoniker (Sony, live)

Verdi, DON CARLOS (Elisabeth de Valois) – Domingo, Nucci, Ghiaurov, Raimondi, Valentini Terrani, Abbado, Orchestra del Teatro alla Scala (DG, studio)

Rossini, LA DONNA DEL LAGO (Elena) – Valentini Terrani, Gonzalez, Ramey, Raffanti, Pollini, Orchestra da Camera d’Europa (Fonit Cetra, live)

 

1984

Rossini, IL VIAGGIO A REIMS (Madama Cortese) – Gasdia, Cuberli, Valentini Terrani, Gimenez, Araiza, Ramey, Raimondi, Dara, Nucci, Surjan, Abbado, Manca di Nissa, Matteuzzi, Abbado, Orchestra da Camera d’Europa (DG, live)

Donizetti, L’ELISIR D’AMORE (Adina) – Carreras, Nucci, Trimarchi, Rigacci, Scimone, Orchestra RAI di Torino (Philips, studio)

Verdi, SIMON BOCCANEGRA (Amelia) – Luchetti, Bruson, Raimondi, Abbaso, Wiener Staatsoper (Rca, live)

 

1986

Donizetti, POLIUTO (Paolina) – Carreras, Pons, Caetani, Wiener Symphonier (Sony, live)

Donizetti, I PURITANI (Elvira) – Merritt, Scandiuzzi, Ferro, Orchestra Sinfonica Siciliana (Fonit Cetra, live)

Verdi, OTELLO (Desdemona) – Domingo, Diaz, Maazel, Orchestra del Teatro alla Scala (Emi, studio)

Rossini, BIANCA E FALLIERO (Bianca) – Horne, Merritt, Surian, Renzetti, London Sinfonietta (Opera D’Oro, live)

 

1989

Rossini, LA GAZZA LADRA (Ninetta) – Matteuzzi, Ramey, Manca di Nissa, Furlanetto, Gelmetti, Orchestra RAI di Torino (Sony, live)

 

1990

Bellini, ZAIRA (Zaira) – Vargas, Alaimo, Roni, de Candia, Olmi, Orchestra del Teatro Massimo Bellini di Catania (Brilliant, live)

 

1991

Bellini, I CAPULETI E I MONTECCHI (Giulietta) – Montague, Raffanti, Lippi, Campanella, Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia (Brilliant, live)

Donizetti, ANNA BOLENA (Anna Bolena) – Soffel, Ballo, Ghiuselev, Mingardo, Pidò, Orchestra del Teatro Massimo di Palermo (Serenissima, live)

 

1995

Puccini, LA BOHEME (Mimì) – Araiza, Antonucci, Burchaladze, Guadagno, Orchestra Arena di Verona (Koch-Schwann, live)

 

1996

Mascagni, AMICA (Amica) – Armiliato, Padovan, Minarelli, Rinaldi, Pace, Orchestra della RadioTelevisione Ungherese (Kicco, studio)

 

1998

Giordano, FEDORA (Fedora Romanov) – Cura, Porcelli, Carminati, Istituzione Concertistica della Provincia di Lecce (Eca, live)

 

 

A Fidenza, un omaggio a Mozart

 

Teatro G. Magnani

P.za G. Verdi – 43036 Fidenza (PR)

Lunedì 13 Febbraio 2006 ore 20.30

Mercoledì 15 Febbraio 2006 ore 20.30

 

LA CLEMENZA DI TITO

Musica di W.A. Mozart

 

Personaggi ed interpreti

Tito – Domenico Ghegghi, Sesto – Anna Rita Gemmabella,

Vitellia – Renata Lamanda, Annio – Francesca Russo

Servilia – Stefania Murino, Publio – Roberto Tagliavini

 

M° Direttore – Giovanni Di Stefano

Regia – Paolo Panizza

Scene – Marcella Caglieri, Cristina Specchio

Costumi – Artemio Cabassi

Orchestra Filarmonica del Teatro Magnani

 

Prezzi

Platea e palchi centrali 45,00 €

Palchi laterali 30,00 €

Palchi laterali ridotto studenti fino a 25 anni 15,00 €

Galleria 15,00 €

 

Vendita Biglietti :

Dal 31.01.2006 al 15.02.2006 presso la biglietteria del Teatro Magnani dalle 9.00 alle 12.00 tel. 0254.522044 e nei giorni di spettacolo anche dalle 16.00 alle 20.00

Prenotazione Biglietti:

Dal 01.02.2006 Fax 0524.528818 - E.Mail - tulliomarchetti@virgilio.it

Presso "Azzali" in via D’Azeglio a Parma tel. 0521.232929

Nel primo giorno di vendita sarà possibile acquistare, a persona, presso la biglietteria del teatro un massimo di 2 biglietti di platea o galleria, oppure 5 biglietti in palco centrale, oppure 4 biglietti in palco laterale, per ogni serata.

Nei giorni successivi la biglietteria si riserva di vendere i posti ancora disponibili senza limitazione numerica

 

Nellanniversario dei 105 anni della morte di Giuseppe Verdi

A Busseto va in scena Falstaff

Nel ruolo del protagonista il baritono Alberto Mastromarino

in un allestimento che incrocia, attraverso precisi riferimenti artistici

ed architettonici, gli anni di Verdi ed il nostro tempo.

Busseto, Teatro Giuseppe Verdi

27, 31 gennaio e 2 febbraio 2006 alle ore 20.30

29 gennaio 2006 alle ore 15.30

 

 

 

E’ dal 2001 che la Fondazione Arturo Toscanini, per celebrare l’anniversario della morte del Maestro, allestisce una sua opera al Teatro Verdi di Busseto: dopo Aida, Traviata, Rigoletto, I vespri siciliani ed Il trovatore, quest’anno andrà in scena Falstaff, l’ultimo capolavoro il cui libretto di Arrigo Boito è ispirato alla commedia di Shakespeare ‘Le allegre comari di Windsor’. Nella profonda consapevolezza legata al significato di portare Falstaff a Busseto, per i precedenti illustri –Toscanini ne diresse due storiche edizioni nel 1913 e nel 1926- la Fondazione, con questo nuova produzione la cui regia è stata affidata alla giovane Maria Elena Mexia, intende onorare Verdi quale geniale musicista ma anche uno degli uomini di teatro più significativi della storia: il suo ‘teatro’ infatti è arte pura, assoluta. Sono quarant’anni che desidero scrivere un’opera comica e sono cinquant’anni che conosco Le allegre comari di Windsor, pure…. I soliti ma, che sono dappertutto, si opponevano sempre far pago questo mio desiderio. Ora Boito ha sciolto tutti i ma e mi ha fatto una commedia lirica che non somigli a nessun altra. Io mi diverto a farne la musica; senza progetti di sorta, e non so nemmeno se finirò…. Ripeto: mi diverto…. Falstaff è un tristo che commette ogni sorta di cattive azioni… ma sotto una forma divertente. E’ un tipo! Son sì i vari tipi! L’opera è completamente comica! Amen….. Scrisse così Verdi a proposito del nuovo soggetto buffo che sembra adattarsi perfettamente allo spirito con cui affrontava l’età avanzata. Alla prima di Falstaff il 9 febbraio 1893 alla Scala, tra gli spettatori vi erano, oltre a Giosuè Carducci, Giuseppe Giacosa, il pittore Giovanni Boldini, i due giovani colleghi di Verdi, Giacomo Puccini e Pietro Mascagni, letteralmente increduli dinanzi a un tale prodigio musicale. Questa commedia lirica entusiasmò anche musicisti di formazione tedesca come Richard Strauss e Ferruccio Busoni, il quale scrisse così Verdi: «Il Falstaff ha suscitato in me una tale rivoluzione dello spirito e del sentimento, che con pieno diritto posso datare da questo momento un'epoca nuova della mia vita artistica.».

Per quanto concerne l’allestimento bussetano prodotto dalla Fondazione Arturo Toscanini, la regista, scenografa e costumista, Maria Elena Mexia –già assistente di Giorgio Strehler e Luciano Damiani- ha attuato un incrocio tra il nostro tempo e quello in cui è ambientato Falstaff nella convinzione che le storie umane restano uguali e soltanto l’involucro cambia. <Come Verdi in questa storia così moderna ha incrociato i rapporti umani, allo stesso modo –spiega Maria Elena Mexia- l’ho fatto con i rapporti tra il tempo e lo spazio, il passato e presente. Sul palcoscenico è presente una inquadratura metallica (che ricorda le architetture di Franck Gehry autore del Museo Guggenheim di Bilbao), dove all’interno sono sistemate le tele dipinte e di tulle, sullo stile dei quadri di Giovanni Boldini (pittore dei tempi di Verdi), come i costumi sono ispirati ai suoi quadri con foto antiche di Parma, del Po, di Busseto. Viene utilizzata l’arte per dare i segni distintivi di un’epoca, mentre la storia in palcoscenico le abbraccia tutte>.

Falstaff a Busseto che debutterà il 27 gennaio troverà nel baritono Alberto Mastromarino il protagonista; il cast comprende inoltre: Javier Franco e Rodrigo Esteves (Ford), Leonardo Caimi e Filippo Adami (Fenton), Simonetta Pucci e Eugenia Garza (Alice), Ivanna Speranza e Stefanna Kybalova (Nannetta); l’Orchestra e il Coro della Fondazione Arturo Toscanini saranno diretti da Alessandro D’Agostini. Dopo la prima che avrà inizio alle ore 20,30 l’opera verrà replicata il 29 gennaio alle ore 15.30 ed ancora il 31 gennaio ed il 2 febbraio alle ore 20.30.

Sabato 21 gennaio alle ore 11,30 presso il Salone Barezzi di Busseto, il Falstaff di Busseto sarà presentato in un incontro condotto dal musicologo Franco Lorenzo Arruga e vedrà la partecipazione della compagnia di canto, del direttore d’orchestra Alessandro D’Agostini, della regista e costumista Maria Elena Mexia, dello scenografo pittore e collaboratore Lidia Trecento e Keiko Shiraishi. Interverranno inoltre Gabriella Meo, assessore al turismo della Provincia di Parma, Gianni Baratta, sovrintendente della Fondazione Arturo Toscanini, Maurizio Marchetti, presidente dell’associazione "Amici di Verdi" di Busseto, Mercedes Carrara Verdi, presidente dell’Istituto Nazionale Studi Verdiani e Cristina Ferrari, direttore delle attività liriche della Fondazione Arturo Toscanini. I biglietti dello spettacolo i cui prezzi vanno da 50 euro a 25 euro, si possono acquistare alla biglietteria della Fondazione Arturo Toscanini (info tel. 0521 391320) e al teatro Verdi di Busseto il 25 gennaio (pomeriggio) e nei giorni di spettacolo a partire da un’ora prima dell’inizio (info tel. 0524 931016)

Il nuovo concerto-recital dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa

Piccolo Regio Laboratorio 20052006

Marcido: Canzonette.
Canzonette Marcido!

 

Piccolo Regio Puccini, Giovedì 2 e Venerdì 3 Febbraio 2006, ore 21

 

Teatro, musica, canzoni, anzi canzonette, quelle che Proust definiva come uno dei momenti più nobili ed efficaci dell’espressione artistica. Saranno loro al centro del nuovo spettacolo dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, al secolo Marco Isidori, Maria Luisa Abate e gli altri nove artisti della Compagnia impegnati in Marcido: Canzonette. Canzonette Marcido!, in scena al Piccolo Regio Puccini giovedì 2 e venerdì 3 febbraio 2006 alle ore 21.

La più che ventennale esistenza dei Marcido – compagnia fondata nel 1984 da Marco Isidori,   regista-autore di tutti gli spettacoli della Compagnia, Maria Luisa Abate (attrice), Daniela Dal Cin (scenografa e costumista) e Sabina Abate – costituisce un reale punto di riferimento per il teatro di ricerca in Italia, avvalorato anche dai numerosi premi assegnati nel corso di tutti questi anni. Gli spettacoli sono sempre frutto di un’originale riscrittura e reinvenzione effettuata da Isidori su classici antichi e moderni, dalla tragedia greca a Goldoni, da Shakespeare a Jean Genet, Brecht, Beckett e Joyce. Testi e temi di opere come l’Agamennone, I Persiani, La locandiera, Macbeth e Happy Days diventano “partiture” dove accanto e intorno agli interventi solistici della Abate e di Isidori, prende nuova vita la coralità della tragedia greca attraverso l’insieme affiatato degli altri attori della Compagnia.

Di qui all’affrontare il repertorio canoro e strumentale trasformato in teatro il passo, benché breve, era da lungo atteso. Un primo esito si è avuto un paio d’anni fa con Marilù dei Mar(cido) e l’Orchestra-Spettacolo degli Stessi Mar(cido), titolo di uno “studio” sulle songs di Kurt Weill per la brechtiana Opera da tre soldi. Ma se allora si partiva da una struttura drammaturgica preformata, ora i Marcido ritornano in una produzione musical-teatrale partendo da un mix di “canzonette” di «sfacciata eterogeneità», con la scelta di «brani estremamente diversificati per clima, genere e collocazione temporale», dichiara Marco Isidori, affidati a quella «speciale energia attorale» tipica delle performance dei Marcido affinché tutto si trasformi «in una struttura di assoluta coerenza drammaturgica».

E in effetti Gino Paoli (Senza fine, Il cielo in una stanza) sta a fianco di Charlie Chaplin (Luci della ribalta), Kurt Weill (Alabama Song) a fianco di Mascheroni (Ziki-paki-ziki-pu), Jacques Brel (Non andare via, La Chanson des vieux amants) accanto al Tango delle capinere… In scena una band chiassosa e iconoclasta costituita da pianoforte, chitarra, mandolino, fisarmonica, kalidrofono, balafon, maracas, nacchere, xilofono, piatti, grancassa e percussioni varie.

I biglietti a 7,50 euro sono in vendita presso la Biglietteria del Teatro Regio (piazza Castello 215 - Tel. 011.8815.241/242 - biglietteria@teatroregio.torino.it) e un’ora prima degli spettacoli alla biglietteria del Piccolo Regio. Informazioni: tel. 011.8815.557; info@teatroregio.torino.it; www.teatroregio.torino.it.

                                                                                                                                        

Ufficio Stampa Teatro Regio Torino - Tel. 011.8815.229/239/252

 

Torna Rigoletto alla Scala. Sul podio, Riccardo Chailly

GIUSEPPE VERDI

RIGOLETTO

opera in tre atti

su libretto di Francesco Maria Piave

tratto dal dramma di Victor Hugo Le roi s’amuse

(Edizione critica The University of Chicago Press a cura di Martin Chusid; Casa Ricordi, Milano)

 

 

Direttore  RICCARDO CHAILLY

Regia  GILBERT DEFLO

Scene  EZIO FRIGERIO

Costumi  FRANCA SQUARCIAPINO

 

 

Personaggi e interpreti principali

 

Rigoletto

Leo Nucci / Alberto Gazale

Gilda

Andrea Rost 

Duca di Mantova

Marcelo Alvarez / Piotr Beczala /Giuseppe Gipali

Maddalena

Mariana Pentcheva / Annamaria Chiuri

Sparafucile

Marco Spotti / Riccardo Zanellato

Monterone

Ernesto Panariello

 

ORCHESTRA e CORO del TEATRO ALLA SCALA

Maestro del Coro BRUNO CASONI

 

CORPO DI BALLO DEL TEATRO ALLA SCALA

 

 

 

Date:

martedì 24 gennaio 2006 ore 20 – prima rappresentazione

giovedì 26 gennaio 2006 ore 20 – turno C

domenica 29 gennaio 2006 ore 20 – turno A

mercoledì 1 febbraio 2006 ore 20 – turno D

sabato 4 febbraio 2006 ore 20 – turno F

mercoledì 8 febbraio 2006 ore 20 – turno B

venerdì 10 febbraio 2006 ore 20 – turno E

 

 Prezzi:

da 170 a 10 euro

Infotel: 02 72 00 37 44

www.teatroallascala.org

 

L’OPERA IN BREVE

a cura di Emilio Sala

(dal programma di sala del Teatro alla Scala)

Rigoletto fu composto da Verdi per onorare un contratto firmato nell’aprile del 1850 con il Teatro La Fenice di Venezia. Fu il compositore stesso a individuare il soggetto e a proporre al librettista della Fenice, Francesco Maria Piave, di adattare Le roi s’amuse di Victor Hugo, il dramma in cinque atti che tanto clamore aveva destato a Parigi nel 1832. Verdi e Piave si misero al lavoro, progettando un’opera che avrebbe avuto per titolo La maledizione. A lavoro iniziato, mentre Piave era ospite di Verdi a Busseto, giunsero da Venezia segnali preoccupanti: la censura sollevava obiezioni nei confronti del soggetto scelto, e non ne avrebbe permessa la rappresentazione. Verdi, tuttavia, insistette per proseguire il lavoro: trovava l’argomento congeniale, aveva individuato la “tinta” musicale dell’opera e non voleva tornare indietro. Ma quando l’opposizione della censura si fece più decisa, prendendo di mira l’immoralità del soggetto e la trivialità di molte scene, Piave dovette proporre un accomodamento; Verdi sostenne fermamente la necessità di conservare alcuni particolari essenziali della vicenda drammatica, e alla fine di dicembre del 1850 fu trovato un compromesso. Il re del dramma originario fu trasformato nel Duca di Mantova e ci si accordò per altri piccoli cambiamenti che venivano incontro alle pretese moralistiche dei censori. L’11 marzo 1851 l’opera fu rappresentata alla Fenice, con grande successo. Da allora non è mai uscita dal repertorio: ancora oggi, Rigoletto è una delle opere più eseguite e amate nei teatri di tutto il mondo.  Rivolgendosi alla pièce di Hugo, Verdi accoglie pienamente le teorie romantiche francesi sull’arte, secondo le quali il “vero” deve prevalere sul “bello” e la realtà deve essere rappresentata in tutti i suoi aspetti – anche in quelli contrari al decoro – e senza timore di infrangere le regole convenzionali. In antitesi ai canoni estetici della tradizione classicistica, perciò, Verdi costruisce il dramma intorno a un personaggio difforme e grottesco, in accordo con quella poetica che Hugo realizza sistematicamente nelle sue opere letterarie. È precisamente il grottesco che fornisce l’elemento più efficace del contrasto. Rigoletto è personaggio complesso e ambivalente: la sua doppia personalità riunisce l’acre malignità, il cinismo di cui fa sfoggio alla corte ducale, e l’affetto tenerissimo che mostra per la figlia, affetto nel quale ritrova la sua natura di uomo, spogliandosi dalla maschera beffarda del buffone. «Io trovo [...] bellissimo – scriveva Verdi nelle fasi del lavoro – rappresentare questo personaggio esternamente deforme e ridicolo, ed internamente appassionato e pieno d’amore». All’alienazione del personaggio corrisponde la commistione stilistica del linguaggio drammatico verdiano: in Rigoletto si mescolano lo stile “alto” della tragedia con i toni “medio” e “basso”.  Ma la lezione di Hugo agisce su Verdi anche per un altro aspetto almeno: al modello offertogli dal drammaturgo francese, Verdi si adegua fedelmente per conservare tutto l’impatto delle situazioni drammatiche, ottenuto con la forza della sintesi.

La strategia verdiana consiste nel mettere a fuoco le situazioni chiave con pochi e veloci tratti, dando la massima evidenza ai personaggi e guidando la successione delle scene con un ritmo rapido e incalzante. Verdi scolpisce le sue figure con una potenza inedita nel melodramma dell’Ottocento, servendosi innanzitutto del canto: porta perciò alla perfezione l’arte della melodia, rendendola capace di esprimere tutte le sottigliezze emotive e i possibili stati d’animo. Il massimo contrasto scaturisce dalle due figure antagoniste: il Duca si espande di continuo in melodie compiute e persino irriverenti, che ne esprimono l’atteggiamento sfrontato e cinico; Rigoletto predilige il declamato e canta in forme rotte e spezzate. La capacità verdiana di raffigurare caratteri complessi emerge, tra gli altri luoghi, nella scena tra Rigoletto e Sparafucile nel primo atto, basata su una declamazione melodica aderente ai continui trapassi psicologici e dotata di una straordinaria eloquenza scenica; o ancora nel celebre quartetto del terzo atto, dove vengono fusi in modo ammirevole quattro diversi stati d’animo. Rispetto alle opere verdiane precedenti, dunque, Rigoletto segna un’evoluzione marcata. Per la capacità di tratteggiare caratteri psicologicamente complessi, l’opera è solitamente considerata lo spartiacque tra la prima produzione di Verdi e le opere della maturità, nelle quali il compositore si consacra all’esplorazione realistica della natura umana in tutta la sua tortuosità e mutevolezza. A questo scopo, l’individuazione del soggetto drammatico è un momento assolutamente centrale per la costruzione dell’opera. Verdi infatti perfeziona la scelta dettaglio per dettaglio al fine di ottenere il massimo effetto teatrale, volgendo addirittura a suo favore le imposizioni della censura; pianifica del resto il lavoro con la massima cura, e costruisce con altrettanta cura la partitura, realizzando strutture a lunga campata. Impiega con grande flessibilità il linguaggio e le convenzioni formali del melodramma italiano coevo: integra “numeri” singoli in più ampi blocchi scenici, compenetra i momenti dell’azione con quelli della riflessione, calibra le scene sul tempo interiore dei personaggi. È pur vero che molte delle innovazioni formali sono già prefigurate nelle opere verdiane precedenti, e che molte scene si inquadrano agevolmente e senza ambiguità nelle convenzioni formali dell’epoca: ma nessun’opera prima di Rigoletto mostra altrettanta unità stilistica. E ciò è legato, più che a fattori formali, alla caratterizzazione musicale; l’opera è interamente dominata dall’attesa degli eventi che incombono, dall’opprimente presagio di sventura che discende dalla maledizione. Verdi, inoltre, ritrae figure che agiscono all’interno delle norme formali dell’opera italiana, ma che evolvono individualmente col procedere del dramma. Grazie a questi tratti, all’originalità del soggetto e alla potenza nel delineare i caratteri, Rigoletto apre nuove prospettive al teatro musicale. E lascia tracce indelebili nella coscienza popolare.


 

 

Mozart, di stanza in stanza...

MOZART ALLA SCALA

Le opere italiane

 

Museo Teatrale alla Scala

28 gennaio - 30 settembre 2006

 

 

 

Per celebrare i duecentocinquanta anni dalla nascita di Mozart (Salisburgo, 1756 - Vienna, 1791), il Museo Teatrale alla Scala allestisce una mostra relativa alle opere italiane del compositore, rappresentate dal Settecento sino ai nostri giorni al Teatro Ducale di Milano e alla Scala.

La cornice scenografica che raccoglie teatrini, bozzetti, figurini, foto di scena, video,  costumi e  musiche, coinvolge lo spettatore nelle ambientazioni mozartiane. Di stanza in stanza mutano i colori e l’impatto visivo. Dall’austerità monocromatica dei teatrini d’ombra pensati da Lotte Reiniger (1899-1981), si accede alla cromia accesa del Così fan tutte di Eugene Berman, dove il visitatore si inoltra fra i fondalini e le sagome dipinte del celeberrimo spettacolo che rese gloriosa la stagione d’apertura della Piccola Scala (1956, bicentenario della nascita di Mozart). Nello spazio dedicato a Lucio Silla si pongono a confronto l’edizione settecentesca dei fratelli Galliari, pensata per la prima assoluta al Teatro Ducale (1772), e la recente rivisitazione di Richard Peduzzi e Patrice Chéreau (1984).

La sequenza degli ambienti di camere e saloni in miniatura, introduce lo spazio borghese delle Nozze di Figaro. Don Giovanni, rivissuto nell’epilogo dell’apparizione del Commendatore, riporta alla ribalta, in un’esposizione che si fa spettacolo, i protagonisti che sfoggiano i  luttuosi ed eleganti costumi di Franca Squarciapino, quasi volersi accomiatare dal pubblico della mostra. Video musicali e documentari ripercorrono l’attività mozartiana degli spettacoli elaborati in lingua italiana, da Mitridate re di Ponto (1770) a Idomeneo (2005). 

Mostra a cura di Vittoria Crespi Morbio e Filippo Crivelli. Allestimento di Angelo Sala e Alfredo Corno.

 

“Io non so se questo è un sogno”

Così interviene Despina nel concertato finale di Così fan tutte, e le sue parole vorrei che diventassero le nostre nel seguire i movimenti delle ‘ombre cinesi’ che Lotte Reiniger creò per le opere italiane di Mozart negli anni Settanta, dopo essere stata la famosa regista e ideatrice del ‘teatro d’ombre’ negli anni Trenta. Le sue figurine (siano esse Susanna o Figaro o Fiordiligi o Don Giovanni) ci invitano ad entrare nelle quattro sale che Vittoria Crespi Morbio illustra nella presentazione del catalogo.

Gli spazi della mostra sono raccontati attraverso alcuni momenti particolari che il Teatro alla Scala ha trasformato in leggenda: e ne citerò due per tutti, l’allestimento di Eugene Berman di Così fan tutte diretto da Guido Cantelli alla Piccola Scala nel 1956 e la ripresa di Lucio Silla avvenuta nel 1984 con la regia di Patrice Chéreau, dopo la prima rappresentazione del 1772 al Teatro Ducale di Milano alla presenza di Mozart sedicenne. Non è stato facile ricostruire l’attività scaligera mozartiana in quasi duecento anni, poiché si nota che il pubblico milanese del Teatro alla Scala amò Mozart nel 1800 (è del 1807 la prima rappresentazione de La scuola degli amanti o sia Così fan tutte e del 1814 la prima de Il dissoluto punito o sia Il Don Giovanni Tenorio), lo ignorò quasi totalmente nella prima parte del 1900, e lo adottò dal 1948 in avanti grazie a Herbert von Karajan, a Claudio Abbado e a Riccardo Muti.

Nelle quattro sale abbiamo voluto esaltare il teatrale incantesimo che Mozart ci offre attraverso la trilogia ‘italiana’ con la presenza determinante di Lorenzo Da Ponte come librettista; ed il commento sonoro che ci accompagna nel corso del viaggio è il montaggio delle Ouvertures più celebri alternate a quelle meno note come Mitridate re di Ponto o Lucio Silla o Idomeneo. Per ragioni tecniche, lo stesso montaggio fornisce la colonna sonora al video che abbiamo realizzato.

Il video, nella sua sequenza di immagini, viene a colmare più di una dimenticanza: se Lorenzo Da Ponte è il numero uno dei poeti mozartiani, è bene ricordare che nelle quattordici opere ‘italiane’ Mozart si è avvalso dei testi di Pietro Metastasio, Giuseppe Parini, Carlo Goldoni, Giambattista Varesco, Giovanni De Gamerra e altri ancora, ed è per questa ragione che ho voluto inserire versi o frasi degli autori dei libretti anche delle opere meno note. Senza una voce conduttrice, il video è un gioco di notizie, un mosaico di richiami, un itinerario di contrasti e accostamenti stilistici che scivolano nell’arco dei due secoli, al di là delle convenzionali successioni cronologiche. Quasi un labirinto visivo dove appaiono o svaniscono, per poi ritornare, titoli delle opere, locandine di anni lontani, personaggi, figurini, bozzetti, stampe, foto di interpreti, curiosità e cimeli che, nel loro sovrapporsi, vogliono rendere un amorosissimo tributo a Mozart.

L’Archivio fotografico del Teatro alla Scala, il Museo Teatrale alla Scala, l’Archivio di Stato di Milano e tutti i collaboratori hanno contribuito a raccogliere una documentazione che ci ha così permesso di realizzare un video insolito. Ritornano le immagini della Piccola Scala (ormai perduta nella memoria) dove, oltre al famoso Così fan tutte, furono allestite tre opere “italiane”: La finta giardiniera, Il re pastore, La clemenza di Tito. Ritornano le stampe del Regio Ducal Teatro di Milano dove Mozart quattordicenne presentò il suo primo dramma per musica, Mitridate re di Ponto, al quale seguirono nel giro di due stagioni la festa teatrale di Ascanio in Alba e il dramma per musica Lucio Silla (dal 1770 al 1772).

Scorre un video che è di gioia per tanti personaggi ritrovati, e di malinconia per tante immagini di luoghi perduti. È anche un video di gioia per quello che il Teatro alla Scala ha fatto e prodotto per Mozart, e di malinconia perché a Mozart ci si approssima sempre, senza raggiungerlo mai.

 

Filippo Crivelli

Il Barbiere di Siviglia al Teatro Filarmonico

 

Un capolavoro assoluto, l'opera più rappresentata nel mondo fra quelle, tutte mirabili, di Gioachino Rossini, insomma Il Barbiere di Siviglia apre, mercoledì 25 gennaio alle ore 20.30 l'anno 2006 della Fondazione Arena di Verona al Teatro Filarmonico, secondo titolo della stagione lirica che, dopo La Traviata, prevede ancora il dittico The Flood di Stravinsky et L'Enfant et les sortilèges di Ravel (nel mese di febbraio) e la Trilogia Mozart-Da Ponte (Le nozze di Figaro, Così fan tutte, Don Giovanni) nel mese di aprile.
L'allestimento è quello che ha debuttato la scorsa estate al Rossini Opera Festival e che porta le firme prestigiose di Luca Ronconi, Gae Aulenti e Giovanna Buzzi.
L'Orchestra e il Coro dell'Arena di Verona sono guidati da Antonello Allemandi, ospite abituale dei più importanti teatri europei.
Interpreti principali: Antonio Comas (Conte d'Almaviva), Enkelejda Shkosa (Rosina), Marco Di Felice (Figaro), Bruno de Simone (Don Bartolo), Paolo Battaglia (Don Basilio).
Maestro del Coro, Andrea Cristofolini.
Il Barbiere di Siviglia si replica nei giorni 27, 29, 31 gennaio e 2 febbraio.
Mercoledì 18 gennaio alle ore 18 l'opera sarà presentata da Bruno Cagli in Sala Maffeiana, a cura degli Amici del Filarmonico, in una conversazione dal titolo: Amore e Fede Eterna. Sull'"eternità" del Barbiere di Siviglia.
Cagli, scrittore e musicologo, è uno dei più grandi esperti rossiniani in campo internazionale.
Oltre agli studi e alle numerosissime pubblicazioni sul genio pesarese, è da molti anni Direttore Artistico della Fondazione Rossini e uno dei maggiori collezionisti di autografi, partiture e cimeli relativi al musicista.
Impegnatissimo sul fronte dell'organizzazione musicale - è Presidente-Sovrintendente dell'Accademia di Santa Cecilia - ha in questi ultimi anni ridotto la sua apprezzatissima attività di oratore: ma ha voluto fare un'eccezione per la Fondazione Arena di Verona e per gli Amici del Filarmonico.

Venerd 27 gennaio 2006: MOZART 250!

Un Concerto di Gala per i 250 anni dalla nascita

di Wolfgang Amadeus Mozart

Dopo avere inaugurato le celebrazioni del 250' compleanno di Mozart con i tre capolavori composti sui libretti di Da Ponte, il Teatro Carlo Felice continua a festeggiare aprendo una serie di importanti apuntamenti sinfonici con uno straordinario Concerto di Gala con la direzione di Riccardo Frizza.

Per cominciare si potrà ascoltare la Sinfonia n. 1 in mi bemolle maggiore K 16, un già delizioso inizio infantile che avrebbe portato ai numeri dell'età adulta (sinfonie n. 35, 38, 39, 40, 41) che hanno segnato la storia della civiltà europea. Dopo l'omaggio al musicista bambino, si passa a incontrare un giovane uomo che domina la storia della musica. Il grande soprano Mariella Devia canterà quattro delle più belle e coinvolgenti Arie da Concerto: Misera dove son K 360, Chi sa, chi sa qual sia K 582, Vado, ma dove, o Dei K 583, Ah se in ciel, benigne stelle k 538, lavori di strabiliante fascino vocale e strumentale di cui Mozart fu maestro. L'orchestra eseguirà poi l'incantevole Divertimento in fa maggiore K 138, quindi si aggiungerà il coro per un raro Misericordia Domini K 222. La seconda parte sarà quindi dominata da un altro lavoro di sublime bellezza, la Messa in do maggiore K 317 "dell'incoronazione", struggente e splendente insieme, affidata a un eccellente quartetto di giovani magnifici solisti: Rosanna Savoia, Marianna Pizzolato, Francesco Meli e Giovanni Battista Parodi.

Stravinskij e Ravel al Teatro Piccinni di Bari

Per la Stagione 2005/2006 organizzata dalla Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari, martedì 24 e giovedì 26 gennaio alle 20.30 al Teatro Piccinni andrà in scena il dittico novecentesco The Flood di Stravinskij/L'Enfant et les sortilèges di Ravel, nellíelaborazione registica di Daniele Abbado e con la direzione di Stefan Anton Reck.
Boris Stetka regista collaboratore, scene di Graziano Gregori, costumi di Carla Teti, Valerio Alfieri light designer, Eugenia Morosanu coreografie.
Interpreteranno The Flood: Luca Canonici, George Mosley, Alessandro Paliaga, Matteo Carlomagno, Goffredo Smeets, Mattew Spender, Lorna Windsor, Damiano Nirchio.
Nel cast de LíEnfant et les sortilèges: Laura Polverelli, Gabriella Sborgi, Lorna Windsor, Alessandra Volpe, Ruth Rosique, George Mosley, Luca Canonici, Alessandro Paliaga.
Orchestra della Provincia di Bari, Coro líOpera diretto da Elio Orciuolo, Coro di voci bianche del Conservatorio N. Piccinni diretto da Emanuela Aymone.
Allestimento Teatro delle Muse di Ancona/Fondazione Arena di Verona.

Stefano Mazzonis di Pralafera nominato direttore generale dellOpra Royal de Wallonie - Liegi

Picture of the opera house

Sabato 21 gennaio 2006, il Consiglio di Amministrazione dell'Opéra Royal de Wallonie ha nominato Stefano Mazzonis di Pralafera, Direttore Generale e Artistico del Teatro di Liegi, tra una rosa di 23 candidati di provenienza internazionale e attraverso una procedura particolarmente rigorosa.


La nomina è stata ufficializzata alla presenza del Ministro della Cultura belga Fadila Laanan e del Sindaco della Città di Liegi, che è anche Presidente del Consiglio di Amministrazione del Teatro, Willy Demeyer.
Quest'ultimo, rallegrandosi della scelta ha dichiarato: "Liegi è riuscita a sedurre una personalità di fama internazionale, il Sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna, Teatro tra i più prestigiosi in Italia".
Come spesso all'estero, la figura del Direttore Generale raccoglie in sé mansioni gestionali, ma anche artistiche, che in Italia si sdoppiano, invece, nei ruoli di Sovrintendente e Direttore Artistico, dunque Mazzonis sarà chiamato anche ad operare le future scelte artistiche dell'Opéra Royal di Wallonie.
L'incarico, che partirà dall'agosto 2007, avrà la durata di cinque anni.
L'Opéra Royal di Wallonie, costruito nel 1820 e che sarà restaurato con un investimento di 20 milioni di euro, ha una capienza di 1100 posti circa, molto simile come dimensioni al Teatro Comunale di Bologna.
L'Opéra Royal de Wallonie è uno dei teatri d'opera più prestigiosi del Nord Europa, snodo culturale per il Belgio, l'Olanda, la Germania e la Francia.
Con questa nomina anche il Teatro Comunale di Bologna rivela il prestigio internazionale che gode all'estero e che è stato messo ben in rilievo dai tutti i media belgi.

 

Il cuore palpitante di Cherubin. A Cagliari

 

Ancora una volta la Stagione lirica e di balletto del Teatro Lirico di Cagliari si è inaugurato (il 7 gennaio 2006) con un’opera in prima esecuzione italiana o raramente rappresentata: continua così, anche nel 2006, il percorso iniziato nel 1998 con Die Feen (Le fate) di Wagner (la cui incisione dal vivo, per la Dynamic, ottenne il premio della critica quale miglior disco dell’anno), proseguita nel 1999 con Dalibor di Smetana, nel 2000 con Cerevicki (Gli stivaletti) di Cajkovskij, nel 2001 con Elena egizia di Richard Strauss, nel 2002 con Euryanthe di Weber, nel 2003 con Opricnik di Cajkovskij, nel 2004 con Alfonso und Estrella di Schubert e, nel 2005, con Oedipe di Enescu, tutte opere incise in collaborazione con Dynamic. L’inaugurazione di quest’anno è stato anche un particolare omaggio a Wolfgang Amadeus Mozart, nel 250° anniversario dalla nascita, attraverso la messinscena dell’opera di Massenet, ispirata ad uno dei personaggi mozartiani più famosi: Cherubino.

 

Chérubin, o della seduzione en travesti

Quel giorno di San Valentino del 1905 la Regina della scena all’Opéra de Monte-Carlo era lei, Lina Cavalieri, consegnata alla storia come “la donna più bella del mondo”. Interpretava l’Ensoleillad, prima ballerina del Teatro Real di Madrid, grande favorita del Re. Ma neppure la divina doveva rimanere insensibile al fascino acerbo del bel Cherubino, il farfallone amoroso per eccellenza, il brindisi più spumeggiante alla giovinezza, alla bellezza ed all’amore.

Tutte volentieri si lasciano sedurre, in questo gioco di leggerezze e malinconie che Jules Massenet racchiude in  “Chérubin”, comédie chantée in tre atti che venne rappresentata per la prima volta a Monte-Carlo il 14 febbraio 1905 e che da allora, pur avendo ricevuto l’apprezzamento del pubblico, giace dimenticata sotto la polvere del tempo. Oggi la ritrova il Teatro Lirico di Cagliari per proporla il 7 gennaio 2006 in apertura della nuova stagione operistica, rispettando quella che è ormai la sua tradizione in termini di scelte artistiche: inaugurare il cartellone con un lavoro di gran firma ma ignoto ai più e, come accade per “Chérubin”, mai rappresentato in Italia.

In questo caso si aggiunge la particolarità della dedica: nel 2006 il mondo celebra Mozart, e tutti i teatri segnano in calendario rappresentazioni delle sue opere. Il Lirico di Cagliari sceglie di riprendere l’omaggio che Jules Massenet, già cent’anni fa, fece al salisburghese, cogliendo un personaggio significativo come Chérubin e dedicandogli un intero lavoro operistico. Questo “Chérubin” è naturalmente una produzione originale, che la Fondazione cagliaritana ha deciso di affidare a mani illustri. L’allestimento, in francese con sopratitoli, può contare sulla raffinata regia dell’inglese Paul Curran, e sul podio ci sarà Emmanuel Villaume, chiamato a dirigere l’Orchestra e il Coro del Teatro Lirico insieme ad una compagnia di canto dalle tante eccellenze. Il tocco glamour, in quest’opera della seduzione, sta nelle scene e nei costumi di Paul Edwards, che rileggono il Settecento novecentesco di Massenet con dettagli da passerella contemporanea. Un gusto stilistico pensato per raccontare adeguatamente l’intreccio di passioni e malinconie, di leggerezze e turbamenti senza tempo messo in libretto di Francis de Croisset e Henri Cain.

Il mondo aveva lasciato Cherubino, il fortunato personaggio di Beaumarchais, pronto a partir ufficiale, sulle ultime note delle “Nozze di Figaro” di Mozart. Lo ritrova, in quest’opera, ufficiale diciassettenne come al solito attratto più dalle grazie femminili che dalla disciplina dell’esercito. In omaggio al personaggio mozartiano, anche Massenet impone un protagonista “en travesti”, una donna che canta e incanta con voce di soprano, scelta che fu già apprezzata dal pubblico dell’alba del Novecento. Questo Chérubin, seduttore impenitente, ritrova in sé, libera da ombre, l’anima di Don Giovanni. Colleziona conquiste e pegni d’amore: casti fiori, maliziosi nastri, irrinunciabili giarrettiere. E lui di ogni donna si innamora sinceramente, ci crede fino nel fondo del cuore salvo dimenticarsi, con tutta innocenza, al comparire di un’altra, nuova bellezza.

La scena si apre al castello, dove fervono i preparativi per il diciassettesimo compleanno del protagonista: per lui danzerà l’Ensoleillad, e grande è l’attesa. Ma nel frattempo, prima di innamorarsi perdutamente della bella del Re, Chérubin dovrà vedersela con i tumulti del suo cuore di volta in volta dedicato a questa o quella fanciulla, con conseguenti sfide a duello da parte di mariti e amanti gelosi, sempre sotto lo sguardo attento del suo protettore e maestro, il “Filosofo”.  Passate le danze e ripartita la magnifica Ensoleillad, l’amore vero sarà per la giovane Nina, con tanto di lieto fine.

Ma di nascosto il bel libertino non potrà fare a meno di stringere al petto un nastro di seta, pegno di un’altra dama. E per Nina, al calar del sipario, il Filosofo teme un futuro “da donna Elvira”, cuore amante trafitto dal cupo Don Giovanni. A far vibrare ancor di più le corde del sentimento è la scrittura musicale di Massenet. Sa sussultare con tratti irregolari, piegare orchestra e voci ad un intenso, avvolgente calore, muovere i ritmi con giochi rifiniti di accenti, chiedere poesia con l’ingresso garbato di inedite espressività melodiche. Per un gioco di respiri incalzante, palpitante come il cuore di Chérubin.

L'Hidalgo di Massenet in una nuova produzione del Teatro Verdi

Un Don Chisciotte per Trieste

Il 17 febbraio sul palcoscenico del Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste  sarà presentata la commedia eroica tratta da Cervantes, Don Quichotte di Jules Massenet. L’opera sarà in scena in un nuovo allestimento  realizzato dal Teatro Verdi e ambientato nella Spagna d’inizio ‘900  a cura del regista  Federico Tiezzi, coadiuvato da Pier Paolo Bisleri per le  scene, da Giovanna Buzzi per i  costumi e da Iuraj Saleri per il disegno luci.

Come Massenet fu attratto dal personaggio di Don Quichotte non tanto per il carattere epico-visionario  della figura, ma per la sua identificazione con  una “classicità” eroica e sublime  a quel tempo oramai al tramonto, la messa in scena dell’opera, ideata da Tiezzi e caratterizzata da una profonda caratura teatrale, contrappone due mondi a inizi ‘900, quello nascente del cinema e quello, in parte soccombente, del teatro che intende difendere se stesso.

Sotto la direzione del M° canadese Dwight Bennet al suo debutto sul podio triestino,  la compagnia di canto vedrà  impegnati in alternanza nei ruoli principali Giacomo Prestia e Arutjun Kotchinian (Don Quichotte), Laura Polverelli e Annie Vavrille (Dulcinea) e Alessandro Corbelli e  Paolo Rumetz nel ruolo di Sancho.

L’opera, si rappresenta in lingua originale con sopratitoli e si replica  il 18, 19, 21, 22, 23, 24 febbraio 2006

 

Trieste, 18 gennaio 2006

Tra le calli e le vie della seta

La Fenice per Carnevale

 

Per il Carnevale 2006 la Fondazione Teatro La Fenice propone tre produzioni: uno spettacolo di danza, un’opera e un gala lirico-sinfonico.

 

 

 

Da mercoledì 15 a domenica 19 febbraio, tutti i giorni (alle ore 19.00 il 15, 16, 17; alle ore 15.30 il 18 e il 19), il Teatro Malibran ospiterà la compagnia newyorchese Les Ballets Grandiva, fondata nel 1996 da Victor Trevino e formata da 19 ballerini uomini che giocano en travesti con i ruoli delle grandi dive del balletto romantico. Con tecnica impeccabile e virtuosismo sfolgorante la compagnia rileggerà in chiave umoristica alcune delle coreografie classiche del repertorio otto-novecentesco (da Perrot e Petipa a Fokin e Balanchine): una miscela irresistibile di ironia ed eleganza.

Secondo appuntamento la settimana successiva, da mercoledì 22 a domenica 26 febbraio (alle ore 19.00 il 22, 23 e 24; alle ore 15.30 il 25 e 26): al Teatro La Fenice andrà in scena, a cento anni dalla prima monacense del 1906, la commedia musicale I quatro rusteghi di Ermanno Wolf-Ferrari, su un libretto in dialetto veneziano tratto da I rusteghi di Goldoni. Tiziano Severini dirigerà l’Orchestra del Teatro La Fenice, Davide Livermore curerà la regia dello spettacolo — un nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro Bellini di Catania. Nei ruoli dei quattro rusteghi, Lunardo, Maurizio, Cancian e Simon, ci saranno i bassi Roberto Scandiuzzi, Dario Giorgelé e Giovanni Tarasconi (in alternanza con Franco Boscolo) e il baritono Nicolò Ceriani; nei ruoli delle tre mogli, Margarita, Marina e Felice ci saranno il mezzosoprano Gloria Scalchi (in alternanza con Marta Moretto) e i soprani Marta Franco (Nadia Vezzù) e Giovanna Donadini; nei ruoli dei due giovani Lucieta e Filipeto e del conte Riccardo, cavalier servente di Felice, canteranno il soprano Roberta Canzian (in alternanza con Sabrina Vianello) e i tenori Emanuele D’Aguanno (Enrico Paro) e Antonio Lemmo.

 

 

 

Gran finale il 28 febbraio — martedì grasso — alle ore 20.00 al Teatro La Fenice con un gala lirico-sinfonico dal titolo Sulle vie della Cina, contributo della Fenice alla tematica cinese del Carnevale del Teatro di quest’anno (che Maurizio Scaparro, direttore del Settore Teatro della Biennale, ha intitolato “Il drago e il leone”). All’Orchestra e Coro del Teatro La Fenice guidati dal giovane direttore donna cinese Zhang Jemin (e da Emanuela Di Pietro, direttore del coro) si unirà una compagnia di danzatori, acrobati, strumentisti e cantanti cinesi per dar vita a uno spettacolo multimediale ideato da Francesco Stochino Weiss che affiancherà musiche tradizionali cinesi e tibetane a musiche simbolo della tradizione veneziana (La biondina in gondoleta, le variazioni per soprano sul tema del Carnevale di Venezia) e a brani d’opera di Rossini e Puccini (l’Ouverture del Guglielmo Tell, l’esilarante aria «Medaglie incomparabili» da Viaggio a Reims, il delizioso Duetto buffo di due gatti e, per il gran finale su immagini della Città Proibita, «Nessun dorma» e il duetto Calaf-Turandot dal terzo atto di Turandot). Da segnalare la partecipazione di Ma Xiang Hua, giovane virtuosa di erh-hu (una viella ad arco cinese) di fama internazionale, e di Massimo Ranieri, che canterà una canzone accompagnato dall’orchestra del Teatro La Fenice.

 

Quel Diavolo di Michele Pertusi!

 

A Parma il debutto

col FAUST di Gounod

 

 

Il debutto di Michele Pertusi che canta a Parma per la prima volta nella sua carriera la parte di Mefistofele è solo uno dei tanti elementi che rendono estremamente interessante il Faust di Charles Gounod in scena il prossimo 27 gennaio al Teatro Regio di Parma, secondo titolo della Stagione d’Opera 2005/2006 affidato alla direzione di Donato Renzetti. 

L’opera che il musicista francese trasse dal dramma di Goethe con l’ausilio dei librettisti Jules Barbier e Michel Carrè, conta su due grandi interpreti quali il tenore Roberto Aronica nel ruolo di Faust e il soprano Inva Mula nelle vesti di Margherita, sulla presenza di Hugo De Ana, che ha curato regia, scene, costumi e luci del sontuoso allestimento nato in coproduzione fra il Teatro dell’Opera di Roma e il Teatro Regio di Torino. Una novità caratterizza lo spettacolo in scena a Parma. Michele Pertusi si presenta infatti anche in veste di attore. Il celebre basso ha accettato l’invito rivoltogli dal regista Hugo De Ana che gli ha chiesto di recitare una parte del Prologo del poema di Goethe. Invito che Michele Pertusi ha accettato con entusiasmo, come un omaggio al capolavoro che ha ispirato la celebre opera di Gounod. 

Goethe è al centro di tutto – spiega il regista Hugo De Ana che considera quello di Parma un suo nuovo spettacolo - soggetto, storia, opera. Non posso accontentarmi soltanto della musica di Gounod. Stiamo confrontandoci con un mito universale: la sfida dell’uomo all’ignoto e al trascendente. Senza Goethe, né Gounod né Santa possono condurre il ballo. Soltanto attraverso l’origine letteraria dei personaggi si può capire il significato di tutta la danza condotta da Mefistofele nell’opera. Altrimenti si rischia di banalizzare il Faust. Gounod porta a termine uno splendido compromesso: accetta le regole del teatro contemporaneo e non cerca una trascendenza rispetto alla già consistente drammaturgia del soggetto. Insomma a modo suo rimane fedele a Goethe. Ho immaginato al centro della scena un grande cubo, un elemento che rappresenta la geometria pura cui si lega la razionalità umana un enorme caleidoscopio, una gabbia dove si raccolgono e si scontrano tutti i desideri e le pulsioni”.

Da questa visione del regista ecco la scelta originale di far precedere l’opera da uno stralcio tratto dal Prologo in terra del capolavoro goethiano, recitato dalla viva voce di Michele Pertusi. 

Faust debuttò il 19 marzo 1859 al Théatre Lyrique e nelle Memorie Gounod evoca con molta modestia il clima di quei giorni: “È stato finora il mio più grande successo teatrale. L’opera è stata molto discussa, tanto che non potevo nutrire grandi speranze nel suo successo”. Ben presto Faust sarà rappresentato in altri teatri e all’estero. Per le riprese Gounod sostituisce gli originali dialoghi parlati con recitativi strumentati fino al debutto della versione che tutti noi conosciamo avvenuta all’Opéra il 3 marzo 1869. 

Luca Salsi (Valentino), Roberto Tagliavini (Wagner), Daniela Pini (Siebel) e Katarina Nikolič (Marta) sono gli altri interpreti di questa produzione che si avvale delle coreografie di Leda Lojodice e dei complessi artistici del Teatro Regio di Parma, con il Coro affidato alla guida di Martino Faggiani.

Dopo la prima il 27 gennaio alle ore 20, le repliche di Faust sono fissate per domenica 29 (ore 15.30), martedì 31 gennaio (ore 20), giovedì 2 febbraio (ore 20), sabato 4 febbraio (ore 17).

Dopo Faust la Stagione d'Opera 2005/2006 del Teatro Regio di Parma prevede un omaggio mozartiano con Die Zauberflöte nel fortunato allestimento che si vale delle scene viventi della compagnia del Pilobolus e i costumi di Romeo Gigli e successivamente un capolavoro di Benjamin Britten The Turn of the Screw nello spettacolo di Luca Ronconi e con la direzione di Bruno Bartoletti. Il trovatore e Macbeth saranno le due opere presentate nel corso del Festival Verdi 2006 in due prestigiose produzioni dirette da Renato Palumbo e Bruno Bartoletti.

La Stagione d’Opera 2005/2006 del Teatro Regio di Parma è realizzata anche grazie al contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Fondazione Parma Capitale della Musica, ARCUS, Reggio Parma Festival e con il sostegno di Banca Monte Parma, Enìa, Monte dei Paschi di Siena, L’Albero d’Argento – Coppini Arte Olearia, Barilla, Melegari Home, Terme di Tabiano, Parma Motors.

 

Teatro Regio

venerdì 27 gennaio 2006, ore 20.00 turno A

domenica 29 gennaio 2006, ore 15.30 turno D

martedì 31 gennaio 2006, ore 20.00 turno B

giovedì 2 febbraio 2006, ore 20.00 turno C

sabato 4 febbraio 2006, ore 17.00 turno F

 

Brundibar al Piccolo Regio di Torino

In occasione della Giornata della Memoria, il 26 e 27 Gennaio va in scena al Piccolo Regio, per il pubblico delle scuole, l’opera per bambini BRUNDIBÁR, di Adolf Hofmeister e Hans Krása. Carlo Pavese dirige i piccoli solisti del Coro di voci bianche del Teatro Regio e del Conservatorio “G. Verdi”.

All’inizio degli anni ’40, quando Hitler stava già mettendo in pratica il suo folle e spietato piano di sterminio sistematico della popolazione ebrea, esisteva un luogo dove, paradossalmente, la “entartete Kunst”, quell’arte degenerata messa al bando dal nazismo per motivi razziali riusciva, benché debole, a sopravvivere: Terezin, una città-ghetto a sessanta chilometri a nord-ovest di Praga, nella quale i nazisti convogliarono migliaia di ebrei e oppositori politici e che si trasformò, a partire dal 1942, in un vero e proprio campo di concentramento. Questo era l’unico campo per il quale i nazisti sollecitavano una visita della Croce Rossa Internazionale: a Terezin, infatti, i deportati dovevano in apparenza continuare a vivere fino alla morte naturale, mostrando che il nazismo perseguiva l’eliminazione del popolo ebreo, ma con metodi umanitari - era l’unico caso di campo autogestito dagli internati dove la vita, doveva sembrare più che decente. Fu proprio qui che il compositore ebreo Hans Krása orchestrò il suo Brundibár, un’operetta scritta per 10 bambini solisti, coro e orchestra fra il 1938 e il 1939. Quella che in apparenza può sembrare una semplice ma bella favola per bambini (Nell’intento di raccogliere dei soldi per aiutare la madre malata, Aninka e suo fratello Pepicek decidono di cantare canzoni per strada. Riusciranno nel loro intento solo grazie all’aiuto di tutti i bambini e all’appoggio degli animali del quartiere che scacceranno il perfido suonatore Brundibár) è una storia con una intensa simbologia: il perfido Brundibár altro non rappresenta se non l’oppressore nazista e i fanciulli sono le inermi vittime dello sterminio che i nazisti organizzarono contro gli ebrei.
Nel ghetto di Terezin Brundibàr fu eseguita per la prima volta il 23 settembre 1943 e poi, ancora, più di cinquanta volta ufficialmente. Ma il successo fu tale che in realtà, le repliche furono innumerevoli, organizzate clandestinamente dai prigionieri nei luoghi più disparati. Della musica, dunque, per “poter sopportare le più terribili ore della propria esistenza”, come disse uno dei musicisti di Terezin. Il paradosso sta proprio in questo: l’unico luogo d’Europa in cui poté esprimersi la cultura ebraica durante la Seconda Guerra Mondiale fu un campo di concentramento.
Quasi tutti i bambini internati protagonisti furono poi trasferiti ad Auschwitz, come anche il compositore Hans Kràsa, ucciso il 18.10.1944.

Le donne musiciste di Auschwitz. Un concerto a Firenze per "Il giorno della Memoria".

Un concerto per raccontare la vita di Alma Rosé, nipote di Mahler, figlia di un violinista e musicista anche lei, fondatrice e direttrice di un’orchestra di sole donne a Vienna, e infine direttrice dell’orchestra femminile del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove morì il 5 aprile 1944.
Un concerto per il Giorno della memoria, che ogni anno il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino dedica al ricordo dell’Olocausto e della liberazione appunto del campo di Auschwitz, in collaborazione con la Comunità Ebraica di Firenze.
Giovedì 26 gennaio, alle ore 20.30, al Teatro Goldoni – vicino a Palazzo Pitti – la regista Marina Bianchi metterà dunque in scena la vita e la morte di Alma e ricreerà l’esistenza e il repertorio di un’orchestra davvero speciale, le cui componenti sopravvissero allo sterminio tranne la direttrice, che per un tragico destino morì nel campo per malattia.
Donne le strumentiste dell’Orchestra del Maggio con alcune colleghe aggiunte, donna il direttore Carla Delfrate, donne il mezzosoprano Anastasia Boldyreva e l’attrice Giovanna Bozzolo, che legge testi di Fania Fenelon e tratti dalla biografia della Rosé in alternanza a Lieder di Alma e Gustav Mahler, e alle musiche di Bach, Webern che si avvarranno dell’interpretazione di alcune prime parti del Maggio, e ad una suite arrangiata proprio per l’orchestra femminile, con brani celeberrimi e tanto più struggenti in quel contesto come il “Danubio” di Strauss, Un bel dì vedremo dalla “Butterfly” di Puccini, e poi brani di Schubert, Schumann, Beethoven, Suppé.

Il concerto, reso possibile dal contributo della Syracuse University di New York e di Firenze e dei signori Barry e Jody Turkus, è ad ingresso libero, fino ad esaurimento dei posti disponibili.





Il Ratto dal Serraglio al Massimo di Palermo

Con Die Entfürhrung aus dem Serail (Il ratto dal serraglio) al Teatro Massimo raggiungono il clou le celebrazioni del 250.mo anniversario della nascita di Wolfgang Amadeus Mozart. L’opera, con la regia di Stephen Medcalf scene e costumi di Isabella Bywater, luci di Bruno Ciulli, andrà in scena al Teatro Massimo dal 25 gennaio al 5 febbraio 2006. Sul podio, a dirigere Coro e Orchestra del Teatro Massimo, Gabriele Ferro.

Primo dei capolavori mozartiani dopo il trasferimento dell’autore a Vienna, “Il ratto”, fu composto nel 1782. Andò in scena il 16 luglio dello stesso anno al Burgtheater, registrando un grande successo. Si tratta di un singspiel (teatro musicale misto di recitazione e canto) in tre atti. Il soggetto riprende la leggenda medievale di Florio e Biancofiore ed è ambientato in Turchia. Il singspiel, sul testo di Johann Gottlieb Sthepanie intitolato “Belmonte und Constanze oder Die Entfurhrung aus dem Serail” rappresenta perciò il primo passo verso lo sviluppo del teatro musicale tedesco. Dopo la sua rappresentazione non mancarono le polemiche. Il librettista fu accusato di plagio dallo scrittore Bretzner, autore di un “Belmonte e Costanza” dal quale Stephanie attinse parecchio. La storia, però, così come l’ambientazione, risente di notevoli influssi e rientra nel genere, abbastanza noto, della turcheria settecentesca. Narra del ratto di Constanze, rapita dai pirati insieme al servo Pedrillo e alla cameriera Blonde e del tentativo del nobile spagnolo Belmonte, di liberare la donna amata finita nell’harem di Selim pascià. Per la maggior parte i personaggi musulmani sono ritratti come ostili o ridicoli, e mostrano totale inabilità di comprendere “mores” e usanze occidentali. Il punto culminante della storia implica inevitabilmente un tentativo di fuga. Chiunque abbia familiarità con Il ratto dal serraglio – dice Stephen Medcalf - riconoscerà questo modello. Ad ogni modo, il genio della musica di Mozart e la sua comprensione istintiva della natura umana elevano la storia ad un livello molto più alto. Nelle sue mani diventa un’esposizione del bisogno di tolleranza e comprensione fra culture diverse e una celebrazione del potere della mente e del cuore di controllare e vincere le passioni di lussuria e vendetta. Sotto questo aspetto Il ratto anticipa i temi del più grande di tutti i Singspiel: Il flauto magico. E come Tamino, Belmonte pensa di intraprendere un viaggio per liberare la sua amata da un tiranno crudele, ma in realtà il viaggio diventa di scoperta di se stesso. Proprio come Tamino nutre svariati preconcetti nei confronti di Sarastro, così Belmonte nutre un’“idea fissa” su Bassa Selim. Lo immagina lussurioso, crudele e vendicativo e pensa che abbia già preso Konstanze con la forza. In realtà Selim si comporta con grande dignità.”
La scenografa e costumista Isabelle Bywater ha concepito uno spazio scenico all’insegna della privazione: è un ambiente nudo, asciutto, essenziale, con grandi archi a tutto sesto. E’ un’atmosfera che ricorda quella del Topkapi Sarayi ad Istanbul (il serraglio dei sultani dell’impero Ottomano). L’esterno è freddo e austero, ma l’interno è di una ricchezza eccessiva. Dovunque vi sono cancelli e grate, sbarre e serrature. È un luogo di ricchezza ma anche di restrizione; si ha tutto ciò che si vuole, eccetto la libertà; un incrocio fra un palazzo e una prigione. Perciò è allo stesso tempo seducente e intimidatorio, accogliente e claustrofobico. Anche se il design di questa messa in scena trae ispirazione dall’architettura ottomana e moresca, dalla Turchia fino a Cuba, la chiave dell’Entführung è ricreare questa atmosfera molto particolare e speciale.

Sul podio del Massimo, dopo i successi di Salome e Pelleas e Melisande della passata stagione, ritorna il direttore palermitano Gabriele Ferro, al suo debutto nel titolo.
”La musica del ratto – dice Ferro – è di una bellezza incredibile, la tessitura è molto articolata e l’opera si può senz’altro ascrivere fra i capolavori di Mozart, benchè essa non sia rappresentata frequentemente.”
L’ultima messa in scena de Il ratto da serraglio risale alla stagione 1984, al Politeama Garibaldi. L’opera fu diretta da A.Rahhbari, con la regia di G.Lavaudant e Mariella Devia nel ruolo di Konstanze.
In scena il soprano palermitano Désirée Rancatore (Konstanze), Anna Maria Dell’Oste (Blonde), Jörg Schneider (Belmonte), Kurt Azesberger (Pedrillo), Heinrich Baumgartner (Selim), Biarni Thor Kristinson (Osmin). Nelle altre recite si alterneranno Yelda Kodalli, Gabriella Costa Maluberti, David Alegret, Christoph Späth, Friedermann Kunder. Maestro del Coro, Paolo Vero.
Recite con il primo cast il 25, 27, 29 gennaio e 3, 5 febbraio. Con il secondo cast il 26 e il 31 gennaio e il 4 febbraio 2006. Le recite saranno alle 18,30 il 26, 27 e 31 gennaio e il 3 febbraio. Alle 20,30 il 25 gennaio e il 4 febbraio. Alle 17,30 il 29 gennaio e il 5 febbraio. Allestimento del Teatro delle Muse di Ancona e del Teatro lirico di Cagliari. L’opera sarà proposta in lingua originale con sopratitoli.
Prezzi: 12-97 euro. Riduzioni per studenti, under 28, insegnanti e over 65. Info al numero verde 800655858 (mar-dom 10-15).

L’Ufficio Stampa
Palermo 20 gennaio 2006

A Modena (via Bologna) una festa nel nome di Mozart

Ascanio in Alba

Festa teatrale in due parti KV 111

libretto di Giuseppe Parini

musica di Wolfgang Amadé Mozart

(Prima: Milano, Teatro Regio Ducale, 17 ottobre 1771)

 

 

Personaggi ed interpreti:

Venere – Monica Gonzalez

Ascanio, nipote di Venere – Romina Basso

Silvia, ninfa del Sangue d’Ercole – Cinzia Forte

Fauno, uno dei principali pastori – Desirée Rancatore

Aceste, sacerdote – Bernhard Bertchold

 

Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Modena

Direttore Ottavio Dantone

Maestro del coro Marcel Seminara

Regia di Michal Znaniecki

Scene di Luigi Scoglio

Costumi di Zofia De Ines

Coreografie di Aline Nari

Luci di Daniele Naldi

 

Nuovo allestimento del Teatro Comunale di Bologna in coproduzione con il Teatro dell’Opera di Roma

Modena, Teatro Comunale, martedì 10 gennaio 2006

 

Dopo il successo ottenuto nel 1770 da “Mitridate”, al quindicenne Mozart veniva commissionata un’opera celebrativa per i festeggiamenti del matrimonio imperiale tra Maria Ricciarda Berenice d’Este e l’arciduca Ferdinando.

Uno schema estremamente convenzionale è il modello stesso della “licenza” barocca: Venere era Maria Teresa d’Austria in persona, pronuba delle fauste nozze tra il figlio Ascanio (l’arciduca Ferdinando) e Silvia (Maria Beatrice Ricciarda d’Este, nipote di Francesco III duca di Modena e figlia di Ercole Rinaldo, che avrebbe ereditato il trono nel 1780). Aceste, il vecchio sacerdote tutore di Silvia, è il duca Francesco III; Fauno, alla guida dei pastori che edificano Alba (ovvero la Milano rinnovata da Maria Teresa), è il potente e acutissimo Conte Firmian, plenipotenziario degli Asburgo per la Lombardia. La “festa teatrale” Ascanio in Alba conserva quindi un legame importante con la città di Modena e la stagione lirica del Teatro Comunale ha proposto un nuovo allestimento, prodotto da Teatro Comunale di Bologna e Teatro dell’Opera di Roma.

 

 

Il regista polacco Michal Znaniecki ha realizzato un grande banchetto nuziale, una specie di scatola magica dove, richiamandosi a tutti i topoi dell’Arcadia e del teatro barocco, ci sono apparizioni di ogni genere. Un grande tavolo argenteo, con stemmi delle rispettive famiglie si trasforma in un palcoscenico, in una cornice che inquadra l’apparizione della Dea, in una passerella dove le ninfe danzatrici si deliziano con i balli, che Mozart ha innovativamente fatto accompagnare dal coro. Anche i costumi rimandano alle nozze ducali senza cadere nella trappola pastorale. Znaniecki nelle sue note di regia ha subito chiarito quanto sia difficile oggi comprendere una Serenata teatrale del 18° secolo senza tenere conto del contesto storico e politico; attingere ad esso consente così una doppia visione, come nella prima scena in cui il coro dei milanesi rinuncia alla propria libertà o alla duchessa costretta alle nozze per salvaguardare la situazione della casata modenese. C’è, in questa bella regia di Znaniecki, l’eco teatro di stupore: apparizioni, carri fantastici, botole. Un gioco metateatrale condotto con raffinati incastri (sono gli invitati dell’Imperatrice a personificare, tra un tripudio di portate, pastorelli e ninfe. Di grande fantasia i costumi, che spesso alludono a mutazioni con elementi aggiuntivi, o, come nel caso di Maria Teresa, togliendosi di dosso il suo costume da imperatrice per svelare un abito abbagliante che la trasforma in Dea. La scenografia ideata da Luigi Scoglio, efficacissima, era attraversata da slittamenti di paratie nel fondale che ritagliavano inusuali spazi scenici, e di fondamentale importanza le luci di Daniele Naldi. Tra la stilizzata corte viennese, dai riflessi argentati, e l’intricata sfera di rovi contorti, i cambi di scena erano rapidi e di grande suggestione.

“Le Loro Altezze Reale” – racconta Leopold in una lettera che rende conto del successo ottenuto dall’Ascanio in Alba – “non solo applaudirono così tanto che due arie dovettero essere ripetute, ma, sia durante che dopo la rappresentazione, entrambi si sporgevano dal loro palco verso Wolfgang e manifestavano la loro graziosa approvazione escalmando “Bravissimo Maestro””.

 

 

L’unica recita al Teatro Comunale ha segnato il tutto esaurito ed una entusiasmante accoglienza da parte del pubblico alla fine dell’esecuzione. Se a Milano era il più celebre castrato dell’epoca, Giovanni Manzuoli, degno successore di Farinelli, a vestire i panni di Ascanio (Mozart lo aveva conosciuto durante il suo viaggio in Inghilterra), a Modena era Romina Basso, dai bei centri e il cui registro grave era di eccezionale morbidezza; Venere e Silvia così come il tenore, erano delle celebrità dell’epoca (la Falchini, la Girelli e Giuseppe Tibaldi); a Modena i panni di Silvia erano vestiti da Cinzia Forte, alla quale Mozart affida alcune delle pagine più belle di Ascanio, come la sua prima aria, in mi bemolle, che anticipa un certo incanto di Così fan tutte, e l’accompagnato seguito dall’aria Infelici affetti miei, in cui Silvia esprime una sorprendente profondità emotiva che sorprende ancor più se si pensa che Mozart allora era quindicenne. Cinzia Forte sa cogliere appieno tutta la malinconia della protagonista (ed in filigrana si intravede quella languida serenità che sarà una delle pagine finali di Mozart compositore, Io ti lascio, o cara, addio). Autorevole la Venere/Maria Teresa di Monica Gonzalez e stilisticamente perfetto l’Aceste di Bernhard Bertchold. L’orchestra del Comunale di Bologna, sotto la guida attenta di Ottavio Dantone, ha eseguito con precisione stilistica ed nitore strumentale la partitura mozartiana, guardando più allo spirito della Serenata che al rigore filologico. Resta Desirée Rancatore, cui sono andati gli applausi più calorosi al termine della pirotecnica aria del secondo atto, che raggiunge un Sol sopra il rigo; se indiscutibile è la tecnica (onore al merito), spesso la facilità dei sovracuti fa perdere di vista il resto. La monotonia del canto, soprattutto nei recitativi (punto debole della Rancatore anche nell’Europa riconosciuta di Salieri, alla Scala, dicembre 2005). Inoltre, scenicamente, questo Fauno era la cosa peggiore da vedere; nel primo atto alla Rancatore la costumista appioppa un maxi-impermeabile che la attozza, e i suoi movimenti (più da pecoraro madonita che da Fauno arcadico...) andavano forse da Znaniecki meglio curati. Nel secondo atto Zofia De Ines la veste da Puffo Clorofilla, e la Rancatore, con le sue mossettine (si vedano quelle dopo il bacio della pastorella) aggiunge un tocco di involontaria comicità. Ma forse, anche il comico, in una festa teatrale, ha la sua ragion d’essere...

 

Sergio Albertini (c) 2006

L'unico oratorio di Mozart. Un raro ascolto al Dal Verme di Milano

La Betulia liberata

Azione sacra in due parti su libretto di Pietro Metastasio

Musica di Wolfgang Amadé Mozart

(adattamento di Piero Rattalino)

 

 

Lisa Larsson, Barbara Bargnesi, soprani

Anna Rita Gemmabella, Alessia Nadin, mezzosoprani

Thomas Walker, tenore

Maurizio Lo Piccolo, basso

 

Orchestra I Pomeriggi Musicali

Ars Cantica Choir

Antonello Manacorda, direttore

Marco Berrini, maestro del coro

Valentine Barker, maestro al cembalo

Nicola Orofino, voce recitante

 

Milano, Teatro Dal Verme, sabato 14 gennaio 2006

 

Primo viaggio  di Mozart in Italia. E’ il 1771. Padova è una tappa lungo il rientro verso Salisburgo. Gli viene commissionato un oratorio su testo di Pietro Metastasio, da presentare probabilmente durante la stagione di Quaresima dell’anno successivo. Un oratorio, quindi, l’unico composto da Mozart; con le sue differenze formali dall’apore. Due atti anziché tre, un predominio della parte corale. La storia è quella biblica di Giuditta ed Oloferne, ben nota nel Settecento, ma vista con occhio obliquo. Oloferne, infatti, non compare, mentre i dettagli della sua decollazione vengono ampiamente cantate da Giuditta. Deuteragonista è invece il principe ammonita Achior, che in seguito al gesto omicida di Giuditta si converte. Il testo ha una solida qualità letteraria che adatta la storia alla specificità dell’oratorio/opera senza costumi dei tempi in cui lo spettacolo era proibito per farne un appello alla conversione. In questa prospettiva, il soggetto più che alla liberazione degli Ebrei assediati si accentra più alla perplessità che questa liberazione possa giungere da una debole donna, e quindi al relativo pentimento per la mancanza di fede. Da cui l’importanza dell’aria di Amital Con troppo mal viltà, una delle pagine più alte della partitura.

Importante è il ruolo dell’orchestra, in cui sono presenti ben quattro corni; ed è l’orchestra ad imporsi sin dall’ouverture in re minore. Alcune pagine sono premonitrici di capolavori ulteriori, come l’aria di Cabri Ma qual virtù non cede, il cui sol minore annuncia l’aria di Pamina nella Zauberflöte. Il giovane Mozart – cui I Pomeriggi Musicali stanno dedicando, all’interno della loro stagione, un preziosissimo percorso musicale – era sicuramente ben cosciente dell’ottima riuscita dell’aria di Ozia con coro Pietà, si irato sei; ancora, da segnalare l’ultima aria di Carmi, Odi, o Signor (di un fa minore intenso e drammatico) prepara il finale di Giuditta con coro, Lodi al Gran Dio, in cui Mozart utilizza il tonus peregrinus dei Vespri sul salmo In exitu Israel, evocante la liberazione del popolo dopo la schiavitù in Egitto. E l’aria parabola Prigionier che fa ritorno è logica e preziosa nell’evolversi dell’azione sacra.

In una lettera del 27 luglio 1784 – un anno prima de Le Nozze di Figaro - sottolinea come ne La Betulia ci siano “uno o due pezzi di gran valore”.

Forse il pubblico milanese che nel pomeriggio di sabato gremiva il Teatro Dal Verme non era unanime nel giudizio del compositore; nella prima parte numerosi sono stati gli abbiocchi, nell’intervallo ho visto fuggire una sia pur piccola, ma consistente parte del pubblico che poco aveva apprezzato la proposta. Che invece era preziosa per molte ragioni. Innanzi tutto, coerente con quanto in stagione, che disegna, in questo 250sima ricorrenza dalla morte di Mozart, un percorso tra i più interessanti tra quelli realizzati dalle istituzioni musicali italiane. Poi, La Betulia liberata, di raro ascolto, è davvero opera di grande interesse; Mozart aderisce al modello di oratorio italiano tardo barocco, con ampi recitativi, arie con virtuosismi vocali, un trattamento semplice del coro, un’orchestrazione massiccia. Il libretto del Metastasio era certamente noto a Mozart in quanto il conte von Firmian, nel 1770, gli aveva fatto dono di una edizione delle opere complete del poeta (una copia in similanastatica del libretto era distribuita agli spettatori).

La direzione di Antonello Manacorda è stata di grande trasparenza, attenta alle dinamiche e al giusto respiro delle voci, tutte giovani ma già importanti. Nei panni dell’eroina protagonista la salernitana Anna Rita Gemmabella (che sostituiva la preannunciata Marianna Pizzolato); impressionava il colore di autentico mezzosoprano, la densità della grana, la ricchezza delle sfumature espressive. Suo antagonista, il palermitano Maurizio Lo Piccolo, un basso che mantiene uno smalto brillante anche nel registro più acuto (impressionante l’esecuzione dell’aria Non vede il fole anima più superba); sciorinava con disinvoltura le impervie agilità della sua parte anche il tenore inglese Thomas Walker. Di rilievo anche la prestazione di Lisa Larsson e, nei due ruoli minori, di Barbara Bagnesi e di Alessia NAdin.

 

Sergio Albertini (c) 2006

Si scrive Onegin, si pronuncia Tatiana...

 

 

Evgenij Onegin

Scene liriche in tre atti, sette quadri

Libretto di P.I.Cajkovskij e K.Silovskij tratto dall’omonimo poema di A.Puskin

Musica di P.I.Cajkovskij

 

Personaggi e interpreti

Larina – Alexandrina Milcheva

Tatiana – Olga Guriakova

Olga – Nino Surguladze

Njanja Filipevna – Irina Bogatcheva

Evgenij Onegin – Albert Schagidullin

Lenskij – Giuseppe Sabbatini

Gremin – Leonid Zimnenko

Un Capitano – Olexander Blagodarnyy

Saretzkij – Alexander Teliga

Triquet – Vjaceslav Voynarosky

Un contadino – Woo Suk Byun

Gillot – Marco Ghirlandini

 

Passo a due: Maria F.Garritano, Claudio Cangialosi

 

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano, direttore Vladimir Jurowski

Maestro del coro Bruno Casoni

 

Allestimento del Glyndebourne Festival Opera

Regia di Graham Vick

Scene e costumi di Richard Hudson

Luci di Matthew Richardson

Coreografie di Ron Howell

 

Milano, Teatro alla Scala, martedì 17 gennaio 2006, terza rappresentazione

 

Com’è lontano, l’Onegin cantato, dallo spirito del romanzo di Puskin! Cajkovskij ne dà una versione stereotipata, sviluppa i clichés della letteratura preromantica, e laddove, in Puskin, Onegin è una sorta di Don Giovanni blasé, ma che la lettera di Tatiana tocca profondamente, nel libretto che lo stesso compositore elaborò assieme a Silovskij, Onegin consiglia freddamente alla fanciulla di imparare a dominarsi; e il suo monologo è privato del substrato drammatico che traspare invece nei versi del romanzo.

 

 

L’edizione, proveniente dal Festival di Glyndebourne, è approdata alla Scala senza mostrare gli oltre dieci anni che ha sulle spalle, offrendo al pubblico milanese uno dei migliori allestimenti del capolavoro musicale (ché tale è, nonostante le diversità dal romanzo originale) di Cajkovskij. Ed è, tra le tante regie di Graham Vick, una delle più felici. Il dramma nasce e si nutre in un ambiente di festa popolare dapprima, di festa di corte dopo; è sempre un rischio, ma Vick, con lo splendido contributo delle scene e dei costumi di Richard Hudson e l’efficace uso delle luci di Matthew Richardson, evita ogni scivolone. Tutta l’opera si svolge entro ad un geometrico contenitore, una camera chiara che ha il colore della betulla; pochi segni, essenziali, forti (due sedie, un letto, siepi di spighe a definire lo sfondo campestre, morbidissimi tendaggi scorrevoli raccontano l’avvicendarsi degli accadimenti, racchiudendo (o meglio; abbandonando) i protagonisti alla solitudine delle loro passioni e del loro destino.  Un minimalismo che trova la massima efficacia nei duetti tra Tatiana e Onegin; due sole sedie in scena (in ferro battuto nel primo atto, in legno intagliato nell’ultimo), coi protagonisti a darsi le spalle, quasi a sottolineare un dialogo tra sordi. La scena del duello si percepisce dall’interno di un fienile; un solo colpo di pistola oltre le mura, senza assistere alla morte di Lenskij. Belle le coreografie del primo atto, con echi di popolare ma senza realismo oleografico, e originale quella dell’inizio del terzo atto, in cui le contadine, costituendo una catena umana attraverso le loro braccia intrecciate, attraversano a piccolissimi passi ritmati il bordo del palcoscenico.

La direzione di Jurowski lascia perplessi; ampio il respiro del suo fraseggio, spesso lascia che gli ottoni e le percussioni prevalgano oltre misura sul complessivo tessuto sonoro; c’è come, in certi punti, un eccesso di enfasi, che poco si sposa con la regia di Vick, organizzata per sottrazioni. Son belle, davvero, le mazurche, le polacche delle feste, ricche di nuancées. Poco però il direttore sottolinea il tocco sognante, come nell’arioso di Lenskij, o i momenti di nobiltà, come nell’aria di Gremin. C’è passione, nella direzione di Jurowski, e forse è passione giovanile, ancor carica di energia, e povera di malinconia. Bastava ascoltare Giuseppe Sabbatini, per capire come poteva essere questo Onegin.

 

 

Sabbatini (ma perchè una claque che grida a gran voce “Bravo Pino!” ? non ne ha alcun bisogno...) è stato da qualche critico attaccato oltre misura. E’ invece quel che più coglie, a mio avviso, il senso della musica di Cajkovskij: nell’aria del secondo atto cogli, nella sua magnifica interpretazione, l’esatto mélange tra la nostalgia del passato e l’accettazione del destino, qualunque esso sia. Mezze voci liquide e sostenute da splendidi fiati lo confermano tenore tra i massimi della scena attuale, ma, ahimé, non supportato dallo star system... Meno mi è piaciuto Sabbatini nella provocazione e nella sfida con Onegin; qui gli chiederei di esprimere rabbia e sdegno, sì, ma con l’eleganza che compete a Lenskij.

 

 

Tatiana era Olga Guaryakova. Al suo attivo diversi premi, tanto Cajkovskij (La dama di picche a Monaco, Mazepa al Met e alla Scala, Onegin ad Aix-en-Provence). Sotto la regia di Vick, la sua Tatiana è una fanciulla dimessa (e – unico neo di una produzione straordinaria – abbigliata in modo ridicolo nell’ultimo atto, con turbante, piuma, e gonna al polpaccio che la attozza molto), che canta la splendida aria della lettera ora sdraiata per terra, ora rannicchiata sul suo lettino, ora inginocchiata per scrivere con agitazione. E pure, con un canto tecnicamente corretto, con una discreta gamma dinamica, con un timbro centrale corposo e omogeneità nei registri, questa Tatiana non commuove. Gli slanci lirici, le esitazioni, l’inquietudine, l’esaltazione amorosa, persino certa naïvité sono pensate qui, vocalmente e scenicamente, verso una Tatiana invasata, preda quasi di una sindrome isterica come descritta da Charcot si certi casi traumatici. Forse è per questo che Tatiana si versa sul capo una brocca colma d’acqua fredda...

 

 

Indisposto, Ludovic Tézier è stato sostituito da Albert Shagidullin, baritono che ha studiato con Nesterenko e vincitore di numerosi premi, tra cui il Pavarotti di Philadelphia nel 1992. L’avevo già ascoltato a Palermo (c’era la Tatiana della Freni), e poco mi aveva convinto; l’ho ascoltato nella Dama di picche napoletana, ne Cerevicki cagliaritano, e mi aveva colpito meglio il colore della voce, brunito, rotondo. Qui riesce ad essere scenicamente un Onegin senza statura, un dandy dalla giovinezza dorata verso cui non si riesce a provare alcuna compassione; le braccia sempre penzoloni, il visto privo di ogni espressione, cinico fino all’aridità, porta queste sfumature anche nella sua interpretazione vocale, laddove però si vorrebbe, come alla fine dell’opera, un riscatto, la scoperta della trepidazione amorosa.

 

 

Magnifiche tutte le altre parti; Alexandrina Milcheva (Larina), Nino Surguladze (un’Olga saltellante – fin troppo! – e vocalmente impeccabile), Irina Bogatcheva (un’affettuosa Njanja Filipevna), Leonid Zimnenko (un’elegantissimo Gremin, che regala una timbratissima L§bvi vse vozartsy pokorny all’inizio del terzo atto), Vjaceslav Voynarosky (amabile Olexander Blagodarnyy, Alexander Teliga, Woo Suk Byun (che intona con bella voce Bolàt moi skory nozenski nel coro di apertura) Coro superbo, sotto la guida di Bruno Casoni, e bravissimo anche in scena.

 

Sergio Albertini (c) 2006

 

Tre creatori della scena teatrale tra gli anni '50 e gli Ottanta

Damiani, De Nobili, Tosi -Scene e costumi

Tre grandi artisti del XX secolo

 

 

L’ Accademia di Francia a Roma (Villa Medici, Viale Trinità dei Monti,1 - 00187 Roma), diretta da Richard Peduzzi, inaugura il nuovo anno con un’ importante mostra dedicata all’opera di “Luciano Damiani, Lila de Nobili e Piero Tosi. Scene e Costumi – tre grandi artisti del XX secolo”, curata da Gioia Fiorella Mariani, François Regnault e Dino Trappetti

Un’ampia selezione di opere, tra scene e costumi (bozzetti e originali), per ognuna delle tre sezioni attorno alle quali si articolerà l’esposizione (una parte dedicata a Lila de Nobili, una a Piero Tosi e infine una riservata a Luciano Damiani), traccerà i punti salienti dell’opera dei tre artisti sviluppatesi all’interno della storia della scenografia in Italia, nella seconda metà del XX secolo. Tale ambizioso progetto intende innanzitutto offrire una visione d’insieme della creazione italiana, tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, in questa particolare forma artistica, troppo spesso relegata ad un ambito specialistico. Inoltre, mettendo a confronto e in relazione tre personalità così singolari e significative, questa mostra vuole sottolineare l’importante contributo innovativo della loro opera alla creazione teatrale contemporanea.

 

Biglietto: 8 euro (normale), 4,5 euro (ridotto), 6 euro (abbonati Teatri di Roma)

Orario 11.00 - 19.00 chiuso il lunedì. Dal 27 gennaio al 2 aprile 2006.

La sontuosa voce di Violeta Urmana seduce la Scala

Recital di canto 2005-2006 alla Scala

 

 

Violeta Urmana, soprano

Jan Philip Schulze, pianoforte

Teatro alla Scala, lunedì 9 gennaio 2005

 

Richard Wagner

Wesendonck Lieder nn.1-5

 

Sergej Rachmaninov

Kak mne bol’no op. 21 nr.3

Vocalise op.34 nr.14

Dissonans op.34 nr.13

Zdes’ khorosho op.21 nr.7

Vesennie vody op.14 nr.11

 

Richard Strauss

Die Georgine op.10 nr.4

Frühlingsgedränge op.26 nr.1

Wassenrose op.22 nr.4

Wir beide wollen springen WoO 90

Befreit op.39 nr.4

Zueignung op.10 nr.1

Schlechtes Wetter op.69 nr.5

Mit deinen blauen Augen op.56 nr.4

Frühlingsfeier op.56 nr.5

 

Quando Violeta Urmana entra in scena, l’accoglie un applauso prolungato e sentito. Il Teatro alla Scala è affollato, un lunedì, un concerto di canto, c’è da esserne felici. Durante le stagioni agli Arcimboldi, questo appuntamento – così caro a chi davvero ama la musica che si fa parola – è stato sospeso, e la Scala è tra i pochi teatri che offre, in parallelo alla stagione d’opere e balletti, un sontuoso parterre di artisti. Speriamo di poter tornar qui a farne cronaca, a serbarne memoria. E speriamo che Madame Gheorghiu, il 3 aprile, confermi la sua presenza.

Il programma scelto da Violeta Urmana ruota attorno a tre nomi: Wagner, Rachmaninov, Strauss. Il soprano lituano ha confidenza col primo. Una confidenza che l’ha vista vestire i panni di Kundry (Parsifal) e di Sieglinde (Die Walkure), di Isolde e, in disco, di brani dal Götterdämmerung. La voce, qui, obbedisce ad un respiro diverso. Sembra che la Urmana abbia fatto suo il concetto di schweben, e il canto si fa morbido, fluttuante per l’appunto. I cinque Wesendock-Lieder sono intrisi, nella sua interpretazione, di una malinconia greve; l’idiota di turno, dall’alto di un palco, urlerà alla fine “basta con questa tristezza!”, perchè, lo si ammetta, la tristezza è scomoda, invita a tener desta memoria antica, e questa stagione post-moderna che viviamo, o che crediamo di vivere quand’invece è mera sopravvivenza, inneggia all’idiozia felice, ai bacetti delle veline lanciate via etere, ai parties di furbetti e furboni, ai billionaire affollati di top-model e strisce di coca. A questo, a volte, serve una Liederabend; a riconciliarci con un mondo Altro, a trovare una nicchia, una bolla d’aria dove riprendere fiato.

La Urmana è cantante d’opera. Juan Diego Flòrez, alla rivista “Ritmo”, in una intervista, ebbe a dichiarare che “il cantante d’opera raramente è un buon cantante di lieder, poiché il cantante di opera tende ad espandere la voce in un teatro grande, e i liederisti cercano di concentrarla, di farla suonare più intima”. Non sempre vero (penso alla Ludwig, alla Baker, a Fischer-Dieskau, alla Schwarzkopf. Inevitabilmente). La Urmana trattiene, sfuma (ma non quanto sarebbe necessario), magari è anche colpa della tracheite di cui darà notizia solo a fine recital, ma arriva sempre sul bordo dell’interpretazione; in questi Wesendock-Lieder colpisce in primo luogo l’atmosfera oppressiva della serra che trasuda in Im Treibhaus, ma la voce – dal timbro sontuoso e bellissimo – fa come fatica a trovare gli accenti giusti, e cinque lieder finiscono quasi con l’assomigliarsi l’un l’altro. Si sfiora non la noia, ché sarebbe ingiusto, ma la delusione, quella sì.

E’ Rachmaninov che meglio rende giustizia alla voce di Violeta. Le romanze di Rachmaninov (ne ricordiamo una integrale in disco oggi di non facile reperimento firmata dalla Söderstrom e da Ashkenazi che rimane tra le cose più amate della mia discoteca) rimangono ancor oggi poco conosciute al pubblico italiano; e pure, sono parte importante della sua produzione, sin dagli esordi del 1890 quali pagine studentesche sino al 1916. Era il 1902, e Rachmaninov s’era appena ripreso dal disastroso esito della prima esecuzione della sua Sinfonia nr.1; torna alle sua amate romanze, con 12 Canti op.21, che profumano di un tempo felice, degli echi della sua luna di miele con Natalia Salina. E Zdes’ khorosho, la settima romanza della raccolta, è dedicata alla sua sposa. La Urmana, qui, e altrove in Rachmaninov, libera appieno la sua espressività, la voce finalmente riacquista il piacere della sua densità. Meno mi ha convinto il Vocalise op.34 nr.14, dove, sia pure con fiati lunghi e miracolosi, si richiede una levità ed una trasparenza che la Urmana non può inventarsi.

Strauss. Qualche perplessità la mantengo quando un soprano canta lieder pensati per voci maschili, e viceversa. Metti Wassenrose, per esempio. L’opera 22, Mädchenblumen, è composta nel 1888; i poemi, di Felix Dahn, docente all’Università di Monaco, cantano quattro fanciulle nei termini dei loro equivalenti botanici, e sono dedicati a Hans Giessen, tenore principale all’Opera di Weimar, dove Strauss all’epoca era direttore; e spesso il compositore lo accompagnava nei suoi recital (finendo regolarmente a giocare assieme a carte...).  “Ninfea, così chiamo l’agile bimba dai riccioli notturni, dalle alabastree guance”. Eccellente, qui, l’accompagnamento pianistico di Jan Philip Schulze.

Nel bpuquet (peraltro ben scelto) dei lieder straussiani, la Urmana svetta nei tre su testi di Heine provenienti dall’opus 69 (iSchlechtes Wetter) e dall’opus 56 (Mit deinen blauen Augen e Frühlingsfeier); ma la passione del secondo è priva del necessario lirismo, e nel primo certi gravi sfiorano l’ineleganza.

Il successo c’è, il carisma della Urmana è indubbio, le richieste di bis (e qualche squillo di telefonia mobile col quale pare – anche alla Scala – obbligatorio convivere...) si susseguono. E’ il Suicidio della Gioconda dai gravi corposi e dagli acuti luminosi a restituire l’anima vera della Urmana, e a far esplodere la sala. Peccato, dopo un programma così, tornare all’aria d’opera con accompagnamento pianistico. Il secondo bis conferma con il Vissi d’arte una Tosca potenzialmente interessante ma ancora tutta da costruire (almeno all’ascolto fiorentino di poco tempo fa). Terzo bis, Coplas de Curro dulce di Obradors, reso con morbidezza. Ancora un bis; la Urmana dichiara di non averne preparato altri, e ripropone, Zueignung di Strauss, ora – dopo questi generosi applausi – più calda e emozionante della prima volta.

In margine. Perchè nel programma di sala i testi di Rachmaninov sono presenti solo in traduzione italiana, e non con la loro traslitterazione dal cirillico ? C’è qualche ragione che lo impedisce ?

Non è difficile. Ecco il testo di Dissonans, tanto per fare un esempio...

 

Pust' po vole sudeb, ja rasstalas' s toboj,

 Pust' drugoj obladajet mojej krasotoj!

 Iz ob"jatij jego, iz nochnoj dukhoty

 Unoshus' ja daleko na kryl'jakh mechty.

 Vizhu snova nash staryj, zapushchennyj sad:

 Otrazhennyj v prude potukhajet zakat;

 Pakhnet lipovym cvetom v prokhlade allej,

 Za prudom, gde to v roshche, urchit solovej...

 Ja stekljannuju dver' otvorila, drozhu,

 Ja iz mraka v tajinstvennyj sumrak gljazhu...

 Chu! tam khrustnula vetka, ne ty li shagnul?!

 Vstrepenulasja ptichka, ne ty li spugnul?!

 Ja prislushivajus',

 Ja muchitel'no zhdu,

 Ja na shelest shagov tvojikh tikho idu,

 Kholodit moji chleny to strast', to ispug...

 `Eto ty menja za ruku vzjal, milyj drug?!

 `Eto ty ostorozhno tak obnjal menja!

 `Eto tvoj poceluj, poceluj bez ognja.

 S bol'ju v trepetnom serdce, s volnen'jem v krovi,

 Ty ne smejesh' otdat'sja bezumstvam ljubvi,

 I, vnimaja recham blagorodnym tvojim,

 Ja ne smeju dat' volju vlechen'jam svojim,

 I drozhu, i shepchu tebje:

 Milyj ty moj!

 Pust' vladejet on zhalkoj mojej krasotoj!

 Iz ob"jatij jego, iz nochnoj dukhoty

 Ja opjat' uletaju na kryl'jakh mechty

 V `etot sad, v `etu tem', vot na `etu skam'ju,

 Gde vpervyje podslushal ty dushu moju...

 Ja dushoju slivajus' s tvojeju dushoj,

 Pust' vladejet on zhalkoj mojej krasotoj!

 

 

Sergio Albertini (c) 2005

Le due versioni delle "Incovenienze" donizettiane su disco

LE CONVENIENZE E LE INCONVENIENZE TEATRALI

di Gaetano Donizetti

 

 

Prima versione in 1 atto “Le convenienze teatrali”, 1827.
Seconda versione in 2 atti, 1831.

Personaggi: Corilla Scortichini (Daria) (S); Procolo Cornacchia (Bs); Agata Scannagalli (Bs); Luigia Scannagalli (S); Neocle Frescopane (Pippetto) (A); Guglielmo Antolstoinoloff (T); Biscroma Strappaviscere (Bs); Prospero Salsapariglia (Cesare) (Bs); Impresario (Bs); Ispettore (Sindaco) (Bs).

 

1963, Voce (live) versione 1831, revisione Vito Frazzi - Mariella Adani; Giorgio Tadeo; Renato Capecchi, Alberta Pellegrini Gonzales; Strefania Malagù; Herbert Handt; Paolo Montarsolo; Dino Mantovani; Paolo Pedani; Leonardo Monreale - Coro e Orchestra Angelicum Milano, dir. Bruno Rigacci.


1970, Raritas (live)  versione 1831 - Daniela Mazzucato; Giorgio Zancanaro; Anselmo Colzani; Marisa Salinbeni; Aracelly Hengel; Herbert Handt; Alessandro Maddalena; Ledo Freschi; Giovanni Antonini - Coro e Orchestra Gran Teatro La Fenice di Venezia, dir. Jesús López Cobos.

 

1972, Voce (live)  versione 1827 abbreviata e arrangiata col titolo Viva la mamma! - Lissa Gray; Peter Lyon; Michael Aspinall; Rosemay Williams; Sylvia Eaves; Noel Drennan; Wyndham Parfitt; William Bradley; Paschal Allen - Mary Hill

 

1978, Bella Voce (live) versione 1831 - Daniela Mazzucato; Alberto Rinaldi; Giuseppe Taddei; Alberta Valentini; Laura Zanini; Sergio Tedesco; Federico Davià; Alfredo Giacomotti; Leo Nucci; Leonardo Monreale - Coro Opera Stato e Orchestra Sinfonica Vienna, dir. Carlo Franci.

1981, Ars Nova, poi Sarx (live) versione 1831 - Daniela Dessì; Franco Sioli; Simone Alaimo; Lauretta Perasso, Guglielmo Gazzani; William Matteuzzi; Giuseppe Lamazza; Armando Ariostini - Coro Teatro Opera giocosa Genova e Orchestra Sinfonica Estense, dir. Antonello Allemandi.

1990, Bongiovanni (live) versione 1827 - Maria Ángeles Peters; Roberto Scaltriti; Domenico Trimarchi; Susanna Rigacci; Adriana Cicogna; Sergio Tedesco; Vito Maria Brunetti; Paolo Maria Orecchia; Gastone Sarti; Fabrizio Marciantelli - Coro Teatro comunale “Rossini” Lugo e Orchestra Sinfonica Emilia-Romagna “Arturo Toscanini”, dir. Bruno Rigacci.

1995, Ricordi (live) versione 1827 - Maria Costanza Nocentini; Alberto Noli; Bruno De Simone; Cristina Rubin; Elisabetta Andreani; Bruno Lazzaretti, Mauro Utzeri. Coro Teatro “Donizetti” Bergamo e Orchestra  Pomeriggi musicali Milano, dir. Fabrizio Maria Carminati.

2000, Kicco (live) versione 1831 - Luciana Serra; Maurizio Leoni; Andrea Concetti; Sabrina Vitali, Daniela Ciliberti; Javor Torolov; Enrico Marabelli; Davide Rocca, Giuseppe Nicodemo; Massimo Rossetti - Corale Poliziana e Orchestra Royal Northern College of Music di  Manchester, dir. Enrique Mazzola.

Don Giovanni inaugura l'Opera di Roma

Mercoledì 18 gennaio 2006, alle ore 20.30,  il Teatro dell'Opera di Roma inaugura la Stagione 2006 con l'opera Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart, in occasione delle celebrazioni per il 250mo della nascita del compositore.
Il capolavoro mozartiano viene presentato in una prestigiosa edizione, che segna il ritorno per la regia e le scene di Franco Zeffirelli ed il debutto del direttore olandese Hubert Soudant sul podio del Teatro della Capitale, i costumi sono di Anna Anni.
Grande attesa per l'allestimento del Teatro dell'Opera dal Metropolitan di New York, concertato con “il Met” per riportare in Italia un importante patrimonio del paese e renderlo nuovamente proprietà viva ed operativa della nostra produzione lirica.
Zeffirelli lo firmò nel 1990, in occasione della apertura della Stagione del Metropolitan, in un'edizione divenuta storica e che ne decretò il definitivo trionfo sulle scene newyorkesi.
Di spessore internazionale gli interpreti. Alla serata inaugurale saranno Marco Vinco quale Don Giovanni, Mariella Devia Donna Anna, Darina Takova Donna Elvira, Raul Giménez Don Ottavio, Alessandro Corbelli Leporello, Laura Cherici Zerlina, Commendatore Alessandro Guerzoni, Masetto Gianpiero Ruggeri.
Si alterneranno con Paolo Coni Don Giovanni (20, 22, 24/1), Anna Rita Taliento Donna Anna (19, 21, 24/1), Rossella Ragatzu Donna Elvira (20/1), Juan Francisco Gatell Don Ottavio (19, 21/1), Alex Esposito Leporello (19, 21, 24/1), Alessandra Marianelli Zerlina (19, 20, 24/1), Masetto Gianluca Secci (22, 24/1).
Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro dell'Opera (Maestro del Coro Andrea Giorgi), coreografie di Luigi Martelletta, disegno luci Bruno Monopoli.

Nella storia del Costanzi, dalla “prima” del 19 giugno 1886 diretta da Franco Faccio ad oggi, il Don Giovanni compare complessivamente in otto stagioni. L'edizione più recente è del 2002, con la direzione di Gianluigi Gelmetti, la regia di Gigi Proietti, le scene e costumi di Quirino Conti: ottenne uno straordinario successo nella stagione, prima in Teatro in giugno e poi a distanza di un mese, nella ripresa a Piazza del Popolo, in collaborazione con il Comune di Roma alla presenza di oltre centomila  spettatori.
Tra le esecuzioni memorabili si segnalano quella diretta da Karl Böhm nella stagione 1947/48, e quella della stagione 53-54, con Herbert Von Karajan, interpretata, tra gli altri, da Elisabeth Schwarzkopf, Nicolai Gedda, Sesto Bruscantini e Rolando Panerai.  
La serata inaugurale del 18 gennaio sarà trasmessa in diretta radiofonica nazionale da RaiRadio3 ed è stata richiesta dalle più importanti Radio Nazionali del mondo, nell'ambito del circuito delle prime dei massimi Teatri, dal Covent Garden di Londra al Metropolitan di New York al Teatro alla Scala di Milano.

Prima rappresentazione: mercoledì 18 gennaio, ore 20.30 (turno A) Repliche: giovedì 19 gennaio, 20.30 (turno B); venerdì 20 gennaio, 20.30 (turno C); sabato 21 gennaio, ore 18.00 (turno D); domenica 22 gennaio, ore16.30 (turno E); martedì 24 gennaio, ore 20.30 (fuori abb.)

Prezzi dei biglietti: da € 17,00 a € 130,00

Per informazioni tel. 06481601
Biglietteria: Piazza Beniamino Gigli n.1, tel. 064817003 - fax 064881755

Apertura dal martedì al sabato dalle 9 alle 17, domenica dalle 9 alle 13.30, sempre aperta da un'ora prima di ogni spettacolo nel Teatro ove viene effettuata la rappresentazione; CRAL, Associazioni culturali e aventi diritto (minimo 10 persone): riduzione 25%; Anziani oltre i 65 anni, Giovani fino a 25 anni e Studenti 50%.Sono escluse da tali riduzioni le prime e i posti in balconata e in galleria al Teatro dell'Opera. Informazioni: tel. 064817517 – fax 06 48160219

La vendita dei biglietti avviene presso tutti gli usuali punti di prevendita
Prevendite telefoniche con carta di credito HELLO TICKET numero verde 800907080 – tel. 068088352;

L'Ufficio Stampa

Jos Cura Chnier al Comunale di Bologna

Jose Cura

Domenica 15 gennaio, alle ore 20.30, ritorna sul palcoscenico del Teatro Comunale di Bologna il capolavoro di Umberto Giordano, Andrea Chénier, nell’allestimento firmato da Giancarlo del Monaco, qui regista, scenografo e costumista e che tanto successo ha avuto nella Stagione bolognese 2003-2004 e al Massimo di Palermo con il quale è stato coprodotto. Sul podio dell’Orchestra e del Coro del Teatro salirà il Direttore Ospite Principale, il M.o Carlo Rizzi. Protagonista un tris d’assi come quello formato da José Cura, Maria Guleghina e Carlo Guelfi.
Dramma storico in quattro quadri su libretto di Luigi Illica, Andrea Chénier andò in scena per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano nel 1896, con un successo strepitoso.
Il soggetto, ispirato a un personaggio realmente esistito, Andrea Chénier – poeta francese che, dopo aver salutato con entusiasmo la Rivoluzione ne condannò gli eccessi, tanto da venir considerato un pericoloso avversario politico ed essere giustiziato nel 1794, sotto il regime del Terrore – era così complesso e di difficile risoluzione, da rendere titubanti sul suo esito sia l’editore che l’impresario. Furono la tenacia e l’intuizione di Pietro Mascagni ad imporlo in cartellone alla Scala e a smentire le fosche previsioni che circondavano questo debutto. In realtà, lo spirito popolaresco e le fosche tinte del dramma ben si adattavano al temperamento sanguigno del pugliese Giordano, che ne trasse un quadro di rara efficacia, scandita da una forte vena melodica. Il successo fu immediato, tanto che quello stesso anno l’opera approdò a New York e ben presto entrò nel repertorio dei più importanti teatri europei ed americani.
Per questa messa in scena dello Chénier, composizione particolarmente difficile per la convivenza antitetica tra il verismo e il “rococò”, dove alla scia cruenta della Rivoluzione francese si intreccia una delicata storia d’amore, del Monaco ha trovato la principale ispirazione in un quadro di Burri, in cui la lacerazione della tela simboleggia, nella sua essenzialità, la ferita della viva carne e la sofferenza dello spirito.
Accanto ai protagonisti Guleghina (Maddalena di Coigny), Cura (Andrea Chénier), e Guelfi (Carlo Gérard), troviamo Giacinta Nicotra (La mulatta Bersi), Cinzia de Mola (Contessa di Coigny), Annie Vavrille (Madelon) e Carlo Cigni (Roucher). Completano il cast Armando Ariostini, Giuseppe Guidi, Mario Bellanova, Pierre Lefebvre, Stefano Pisani, Atfeh Ziyan, Mauro Marchetto, Michele Castagnaro. Maestro del Coro Marcel Seminara

L’opera verrà trasmessa in diretta da Rai Radio 3.

Repliche: 17, 18, 19, 21, 22 gennaio.
Nei giorni 18 e 21 gennaio i ruoli dei protagonisti saranno sostenuti da Carlo Ventre, Elmira Veda e Ko Seng Hyoun.

Bohme inaugura la stagione 2006 di Trieste

La stagione operistica  2006 al Teatro Verdi di Trieste  si inaugura domenica  15 gennaio alle ore 20.30 con la prima rappresentazione di Bohème  diretta dal M° Daniel Oren.  Lavoro tra i più popolari ed amati di Giacomo Puccini e “capolavoro di umorismo e commozione” -- come l’amava definire l’autore stesso nei suoi Carteggi -  l’opera ben evidenzia, la straordinaria mescolanza tra la giovanile spensieratezza bohèmienne dei personaggi sulla scena,  in cui si riconoscono i tipi umani e l’ambiente intellettuale ed estroverso della Parigi del 1830  e la vicenda lirico passionale   che si consuma in tragedia  di Mimì, la figura femminile più tenera  fra tutte le protagoniste pucciniane. Rappresentata per la prima volta al Teatro Regio di Torino l’1 febbario 1896  con la direzione di Arturo Toscanini, La Boheme approdò al Teatro Verdi di Trieste tre anni dopo, diretta da Rodolfo Ferrari  con Rosina Storchio nel ruolo protagonista e con il tenore Pietro Zeni in quello di Rodolfo. Da allora le edizioni che si sono susseguite sul palcoscenico del teatro lirico triestino sono state 17  inclusa la più recente, del 2001. Ma il lungo intervallo di  ventisei anni che intercorre tra la prima del 1899 e la seconda edizione dimostra come a Trieste le fortune di Bohème furono inizialmente contrastate, come per tutte le opere della Giovane scuola.

Maestro concertatore e direttore di questa edizione è uno dei maggiori interpreti pucciniani,  Daniel Oren a cui l’opera risulta particolarmente congeniale per le diffuse sonorità orchestrali e per l’intimismo lirico ed espressivo di alcune  pagine indimenticabili. L’ allestimento dell’Opera di Nizza in chiave contemporanea si avvale della  regia di Daniel Benoin che ne cura anche il disegno luci con le scene ed i costumi di Jean Pierre La Porte. Al suo debutto sul palcoscenico triestino, Daniel Benoin vanta come attore e come regista, soprattutto nel campo della prosa ma anche in campo operistico, una lunga esperienza teatrale che è recentemente approdata alla direzione del Teatro di Nizza.

Eccellente cast vocale, in cui spicca una grande Mimì, interpretata da Fiorenza Cedolins, soprano al momento indiscutibilmente tra i più prestigiosi al mondo e  con cui Oren quest’estate ha  condiviso il  successo di  tante serate all’Arena di Verona. Fiorenza Cedolins grande interprete di questo ruolo per straordinaria sensibilità e fraseggio, si alternerà con  Latonia Moore  che il pubblico triestino ha recentemente potuto apprezzare nell’interpretazione dellla Messa da Requiem di Verdi e nel commovente ed ispirato ruolo della tenera Liù in Turandot, l’opera che ha inaugurato la stagione lirica 2005-2006 del Teatro Verdi. Il ruolo di Rodolfo sarà interpretato dal tenore Francesco Hong, anch’egli applaudito in Turandot, in alternanza con il tenore statunitense James Valenti già apprezzato per capacità interpretative e vocali in “Faust” di Gounod nel corso della stagione lirica 2004-2005.  Nel ruolo di Musetta  saranno impegnate Ainhoa Arteta, artista dalla carriera internazionale originaria di Tolosa al suo debutto a Trieste e Donata D’Annunzio Lombardi la cui più recente apparizione al “Verdi” risale al Festival dell’Operetta 2003   nella Duchessa di Chicago di Imre Kàlmàn. Josè Fardilha, affermato baritono portoghese  interpreta il ruolo di Schaunard mentre Luca Grassi in alternanza con Marco Cassi quello di Marcello. Completano il cast Mirco palazzi nel ruolo di Colline, Angelo Nardinocchi in quello di Benoi e di Alcindoro e ancoa Dax Velenic e Massimo Marsi, Giuliano Pelizon e Giovanni Palumbo.  Nella produzione, accanto all’orchestra ed al Coro istruito dal M° Lorenzo Fratini, sarà impegnato anche il Coro dei Piccoli cantori della città di Trieste diretti da Maria Susowski.  L’opera è  in cartellone al “Verdi” di Trieste il 15, 22, 23, 26, 27, 29, 31 gennaio e al “Verdi” di Pordenone il 4 e 5 febbraio 2006. Durante le rappresentazioni di Bohème sarà visitabile la  rassegna curata dal Museo Teatrale “Carlo Schmidl” che presenta la collezione storica dei manifesti delle edizioni passate dell’opera assieme ad altri documenti e foto di  artisti ed interpreti pucciniani. Una sezione della mostra sarà dedicata agli allestimenti pucciniani curati dalla famiglia Bertoja, scenografi pordenonesi, per il Teatro “Verdi” di Trieste  con presentazione di alcuni bozzetti costruttivi delle scene  e di costumi originali d’epoca. Venerdì 13 gennaio alle ore 18 nella Sala del Ridotto del Teatro Verdi di Trieste si terrà la prolusione all’opera La Bohème a cura di Rino Alessi. All’incontro,  durante il quale sarà possibile ascoltare anche brani da incisioni di interpreti famosi, parteciperanno il regista che esporrà la sua visione scenica dello spettacolo e il soprano Fiorenza Cedolins. L’ingresso è libero.

Die Walkre alla Fenice di Venezia

Con la prima delle tre giornate della Tetralogia, Die Walküre, Teatro La Fenice 25 gennaio ore 18,00 , repliche 28, 31 gennaio, 2, 5, 7 febbraio 2006, La Fenice inizia l’esecuzione del ciclo completo dell’Anello del Nibelungo, che con gli stessi protagonisti, Jeffrey Tate direttore, Robert Carsen regista, proseguirà negli anni futuri in una coproduzione con il Teatro dell’Opera di Stato di Colonia. Una produzione di Robert Carsen e Patrick Kinmonth. Scene costumi Patrick Kinmonth; drammaturgia Ian Burton. Interpreti principali: Christopher Ventris, Siegmund; Kristinn Sigmundsson, Hunding; Greer Grimsley, Wotan; Petra Lang, Sieglinde; Janice Baird, Brünnhilde; Doris Soffel, Fricka. Si tratta della prima tappa di una coproduzione con il Teatro di Colonia che vedrà la realizzazione di tutto il Ring, per la regia di Robert Carsen. Una coproduzione con l’Oper der Stadt Köln. Orchestra del Teatro La Fenice.

Die Walküre è la prima delle tre «giornate» che, insieme al prologo Das Rheingold, Siegfried (Sigfrido) e Götterdämmerung (Il Crepuscolo degli dèi) compone il Ring, che venne in verità concepito da Wagner a ritroso: partendo dall’ultima «giornata» e da essa risalendo fino al prologo. La prima idea ad affacciarsi nella sua mente era stata infatti quella, maturata nel 1848, del dramma Siegfrieds Tod (Morte di Sigfrido, più tardi divenuto Die Götterdämmerung).

Mosso dal desiderio di rendere maggiormente intelligibili i nessi drammatici che conducono all’epilogo della morte dell’eroe, Wagner fu ben presto consapevole (nel 1851) che, di antecedente in antecedente, il dramma sarebbe dovuto pervenire alla definitiva articolazione quadripartita, muovendo dall’antefatto decisivo rappresentato nella prima scena del Rheingold: il furto dell’oro perpetrato da Alberich a danno delle Rheintöchter (le tre Figlie del Reno), che innesca la lunga catena dei fatti e dei conflitti, conducendo, col rogo conclusivo, all’estinzione delle stirpi divine ed eroiche.

Pur attingendo ad un vastissimo repertorio di fonti della mitologia nordica, Wagner attese alla composizione poetica della Tetralogia in tempi piuttosto ridotti, portandola a termine nel 1853; Die Walküre lo tenne occupato fra il novembre 1851 ed il luglio 1852. Analogamente a Das Rheingold, Die Walküre in un certo senso ha avuto due prime: contro il desiderio di Wagner, che voleva attendere il completamento dell’intero Ring prima di pensare alla sua esecuzione, Ludwig ii (il re di Baviera che tanto ruolo ebbe nella parte conclusiva della sua vita) ne ordinò la rappresentazione al Königliches Hof- und Nationaltheater il 26 giugno 1870. La prima dell’intera Tetralogia (quella approvata dall’autore) avvenne invece fra il 13 ed il 17 agosto 1876 (Die Walküre il 14), sotto la guida del direttore Hans Richter, al Festspielhaus di Bayreuth: il teatro edificato ad esclusivo appannaggio delle creazioni drammatiche wagneriane. Die Walküre, che dell’intero Ring è con ogni probabilità il dramma musicale più amato dal pubblico – e di certo il più rappresentato dai teatri musicali – ne rappresenta il cuore, il nucleo drammatico centrale: raffigurando il tempo in cui si consumano i fatti decisivi del dramma cosmico, essa inscena lo snodo cruciale di una vicenda rispetto alla quale Das Rheingold venne rubricato da Wagner come semplice «vigilia», mentre il complesso degli accadimenti inscenati nelle due «giornate» successive ne illustra le conseguenze. In parte Wagner vi attese in un periodo dedicato alla lettura della Commedia dantesca, i cui paesaggi infernali influirono sulla concezione della scenografia selvatica e maestosa del secondo atto, ma la cui valenza simbolica si può considerare oltrepassi di gran lunga la semplice dimensione della visualità: nella Walküre il tormento del paesaggio è tutt’uno con quello, interiore, che coinvolge tutti i personaggi del dramma. L’ultima rappresentazione a Venezia risale al 1976.

ASCANIO IN ALBA. Tra lp e cd, un piccolo gioiello mozartiano

Ascanio in Alba

dii W.A.Mozart

 

 

Personaggi: Venere, Ascanio, Silvia, Aceste, Fauno

 

 

1959, Angelicum (studio) - Ilva Ligabue, Anna Maria Rota, Emilia Cundari, Petre Munteanu, Eugenia Ratti – Carlo Felice Cillario, Coro Polifonico Torino e Orchestra camera  “Angelicum” Milano (non disponibile in cd)

 

1967, Foyer (live) - Simone Mangelsdorff, Gertrude Jahn, Edith Gabry, Werner Krenn, Richard Van Vrooman – Leopold Hager,  Coro camera Festival e Orchestra “Mozarteum” Salisburgo (non disponibile in cd)

 

1980, Deutsche Grammophon, poi Philips (studio) – Lilian Sukis, Agnes Baltsa, Edith Mathis, Peter Schreier, Arleen Auger – Leopold Hager, Orchestra e Coro del Mozarteum di Salisburgo

 

1990, Adda, poi Naxos (studio) – Lorna Windsor, Michael Chance, Jill Feldman, Howard Milner, Rosa Mannion – Jacques Grimbert, Concerto Armonico di Budapest, Coro della Sorbona

 

2002, Brilliant – Claudia Patacca, Mjaiike Beekman, Nicola Wemyss, Tom Allen, Claron McFadden – Jed Wents, Musica ad Rhenum, Vocaal Ensemble Coqu

 

Riscoprire Zandonai. "I cavalieri di Ekeb" aprono la stagione di Catania

La Stagione Lirica 2006 del Teatro Massimo Bellini sarà inaugurata martedì prossimo, 17 gennaio 2006 alle ore 20,30, con la prima de I Cavalieri di Ekebù, opera in quattro atti del compositore trentino Riccardo Zandonai (1883-1944) su libretto di Arturo Rossato tratto dal romanzo La leggenda di Gösta Berling (1891) del premio Nobel 1909 per la letteratura Selma Lagerlöf. Si tratta di una vera e propria rarità, e non solo per Catania.
Dopo il debutto, seguiranno altre sei recite: il 19 alle 20,30 (turno B), il 21 alle ore 17,30 (turno S1), il 22 alle ore 17,30 (turno D), il 24 alle ore 17,30 (turno R), il 29 alle ore 17,30 (turno D) e il 31 gennaio alle ore 17,30 (turno S2).
Sul podio, per dirigere l’orchestra del Teatro Massimo Bellini, salirà il maestro Daniele Callegari. La regia è firmata da Federico Tiezzi, le scene sono di Pier Paolo Bisleri, i costumi di Giovanna Buzzi. Il Coro come sempre sarà diretto da Tiziana Carlini.
L’opera, una coproduzione del “Bellini” con la Fondazione Teatro lirico Giuseppe Verdi di Trieste, verrà proposta con i sopratitoli nonostante sia in lingua italiana. Due compagnie di canto si alterneranno nelle sette recite: il ruolo di Giosta Berling sarà ricoperto da Dario Volontè e Kostyantyn Andreyev (recite del 21 e 31 gennaio); quello della Comandante da Luciana D’Intino e M. Nunzia Menna (21 e 31); Anna saranno Patrizia Orciani e Doriana Milazzo (21 e 31); Sintram saranno Mario Luperi e Riccardo Ferrari (21 e 31); Cristiano sarà impersonato da Carmelo Caruso e Carlo Kang (21 e 31); Samzelius da Michele Bianchini e Alberto Tomarchio (il 31 gennaio); Liecrona da Mauro Buffoli e Enrico Facini (21 e 31); Un’ostessa, Gabriella Bosco e Francesca Aparo (il 31); Una fanciulla, Patrizia Gentile e Maria Cocimano (il 31); Un cavaliere, Salvatore Todaro e Emilio Strazzeri (il 19, il 22 e il 29 gennaio); in scena anche il violinista Alessandro Cortese.
I Cavalierei di Ekebù fu rappresentata per la prima volta nel Teatro alla Scala, il 7 marzo 1925, direttore Arturo Toscanini, anche se il compositore la rimaneggerà e la versione definitiva risale al 1929 quando fu data a Pesaro, città d’adozione di Zandonai che lì fu allievo di Mascagni. Scritta anche sull’onda del successo di un film uscito l’anno prima con il medesimo titolo del romanzo della Lagerlöf e con Greta Garbo protagonista, l’opera ha avuto alterne fortune e ha avuto una vera riscoperta nel 1983 quando Gianandrea Gavazzeni la portò sul palco di Rovereto in occasione del centenario della nascita di Zandonai, realizzandone anche l’unica incisione esistente. A Catania l’opera è stata rappresentata solo nella stagione lirica del 1953 (16 aprile) ma anche nel resto d’Italia conta pochissime apparizioni perché gli viene preferita la più nota Francesca da Rimini che anche il “Bellini” ha in passato proposta al proprio pubblico. Sarà dunque un’interessante scoperta per buona parte del pubblico catanese che solo il mese scorso aveva potuto apprezzare un’altra rarità, Jenufa di Leos Janacek, titolo di chiusura della Stagione Lirica 2005.
Ambientata nella fredda Svezia dell’Ottocento, I Cavalieri di Ekebù riflette gli studi fatti da Riccardo Zandonai sulle raccolte di canti popolari svedesi e rappresenta “un passaggio, quasi araldico, di consegne tra verismo ed espressionismo”, per utilizzare la definizione del regista Federico Tiezzi. La vicenda ruota attorno a due personaggi, la Comandante, una donna dal forte temperamento alla guida di una ferriera dove lavorano i Cavalieri, uomini sbandati che lei cerca di riportare sulla retta via; e Giosta, uno spretato alcolizzato che la Comandante salva dal suicidio facendogli riscoprire il suo amore per Anna. Di grande rilievo è il ruolo del coro e quello della stessa orchestra, impegnata anche in numerosi e difficili “a solo” degli strumenti.
Durante la serata della prima uno sponsor, le Profumerie Sicurella, offrirà degli omaggi alle spettatrici.
Chiusa lo scorso 23 dicembre la prelazione per i vecchi abbonati, dallo scorso 3 gennaio sono in vendita i nuovi abbonamenti per la Stagione lirica 2006 che, dopo I Cavalieri di Ekebù, ha in cartellone altri sei appuntamenti: La Gioconda di Amilcare Ponchielli; La Cenerentola di Gioachino Rossini; Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart; Hänsel und Gretel di Engelbert Humperdinck; i balletti Amleto su musiche di Dmitri Shostakovich, e Cenerentola, di Sergej Prokofiev. Il botteghino è aperto tutti i giorni feriali dalle 9,30 alle 12,30 e, dal martedi al venerdi, anche al pomeriggio, dalle 17 alle 19.

La Clemenza di Tito - discografia delle edizioni in cd

LA CLEMENZA DI TITO

W.A.Mozart

 

Personaggi: Tito Vespasiano, Vitellia, Servilia, Sesto, Annio, Publio

 

1967, Decca (studio)  - Werner Krenn, Maria Casula, Lucia Popp, Teresa Berganza, Brigitte Fassbaender, Tugomir Franc - István Kertész, Orchestra e Coro della Wiener Staatsoper

 

1976, Music & Arts (live) - Werner Hollweg, Janet Baker, Teresa Cahill, Yvonne Minton, Anne Howells, Robert Lloyd – John Pritchard, Orchestra e Coro della Royal Opera House Covent Garden

 

1976, Philips (studio) - Stuart Burrows, Janet Baker, Lucia Popp, Yvonne Minton, Federica von Stade, Robert Llloyd – Colin Davis, Orchestra e Coro della Royal Opera House Covent Garden

 

1979, Deutsche Grammophon (studio) - Peter Schreier, Julia Varady, Edith Mathis, Teresa Berganza, Marga Schiml, Theo Adam – Karl Böhm, Orchestra della Staatskapelle Dresden, Coro della Radio di Leipzig

 

1988, Emi (live) - Gösta Winbergh, Carol Vaness, Christine Barbaux, Delores Ziegler, Martha Senn, László Polgár – Riccardo Muti, Wiener Philharmoniker, Wiener Staatsopernchor

 

1990, Archiv (live) - Anthony Rolfe-Johnson, Julia Varady, Sylvia McNair, Anne Sofie von Otter, Catherine Robbin, Cornelius Hauptmann – John Eliot Gardiner, The English Baroque Soloist, The Monteverdi Choir

 

1991, Arthaus (DVD, live) - Philip Langridge, Ashley Putnam, Elzbieta Szmytka, Diana Montague, Martine Mahé, Peter Rose – Andrew Davis, London Philharmonic Orchestra, Coro del Festival di Glynderbourne

 

1991, L´Oiseau-Lyre (studio) - Uwe Heilmann, Della Jones, Barbara Bonney, Cecilia Bartoli, Diana Montague, Gilles Cachemaille – Christopher Hogwood, Orchestra e Coro The Academy of Ancient Music

 

1993, Teldec (studio) - Philip Langridge, Lucia Popp, Ruth Ziesak, Ann Murray, Delores Ziegler, László Polgár - Nikolaus Harnoncourt, Orchestra e Coro della Opernhauses Zürich

 

2002, Brilliant Classics (studio) - André Post, Claudia Patacca, Francine van der Heyden, Cécile van de Sant, Nicola Wemyss, Marc Pantus - Jed Wentz, Musica ad Rhenum, Vocaal Ensemble Coqu

EVGENIJ ONEGIN alla Scala

EVGENIJ ONEGIN 

 

Scene liriche in tre atti e sette quadri

 

Libretto di Pëtr Il’Ič Čajkovskij e Konstantin ¦ilovskij

 

dal romanzo omonimo di Aleksandr Sergeevič Pu¨kin

 

Musica di Pëtr Il’Ič Čajkovskij

 

(Editore proprietario Casa Musicale Sonzogno di Piero Ostali, Milano)

 

 

Allestimento del Glyndebourne Festival Opera (1994)

 

 

Direttore VLADIMIR JUROWSKI

 

Regia GRAHAM VICK

 

Scene e costumi RICHARD HUDSON

 

Luci MATTHEW RICHARDSON

 

Coreografia RON HOWELL

 

 

Personaggi e interpreti principali


Evgenij 

Onegin Ludovic Tézier / Albert Schagidullin

Vladimir Lenskij

Giuseppe Sabbatini / Vsevolod Grivnov

Tat’jana

Olga Guriakova / Tatiana Monogarova

Larina 

Alexandrina Milcheva

Ol’ga

Nino Surguladze / Annamaria Popescu

Il principe Gremin

Lazlo Polgar / Leonid Zimnenko

La njanja Filipp’evna

Irina Bogatcheva


Martedì 10 gennaio 2006 ore 20 – prima rappresentazione

Giovedì 12 gennaio 2006 ore 20 – turno A

Sabato 14 gennaio 2006 ore 20 – fuori abbonamento

Martedì 17 gennaio 2006 ore 20 – turno C

Giovedì 19 gennaio 2006 ore 20 – turno D

Domenica 22 gennaio 2006 ore 20 – turno E

Mercoledì 25 gennaio 2006 ore 20 – turno F

Venerdì 27 gennaio 2006 ore 20 – turno B

 

Prezzi: da 170 a 10 euro

Infotel: 02 72 00 37 44

www.teatroallascala.org

 



L’opera in breve

di Emilio Sala

dal programma di sala del Teatro alla Scala


Grazie alla ricca corrispondenza čajkovskiana, possiamo seguire passo dopo passo la gestazione di Evgenij Onegin, un soggetto che venne accolto dal compositore quasi casualmente, per un suggerimento della cantante Elizaveta Lavrovskaja. Dopo un primo momento di perplessità, Čajkovskij divorò il romanzo in versi di Pu¨kin e decise di trasformarlo in una serie di "scene liriche". Egli si dichiara a più riprese posseduto da tale opera e dall’immagine di Tat’jana. La mancanza di grandi effetti spettacolari, non solo non sembra spaventarlo, ma diventa una precisa scelta di poetica su cui vale la pena di soffermarsi. Nel dicembre 1877, Čajkovskij spiega a Karl Albrecht, ispettore dello non sembra spaventarlo, ma diventa una precisa scelta di poetica su cui vale la pena di soffermarsi. Nel dicembre 1877, Čajkovskij spiega a Karl Albrecht, ispettore della musica dei teatri imperiali, le sue esigenze per la rappresentazione dell’opera. Per prima cosa, egli non vuole dei cantanti vocalmente iperdotati, ma ben preparati e dunque bene "in parte"; seconda cosa, dei cantanti-attori che sappiano recitare semplicemente, senza enfasi, ma che sappiano recitare bene; terzo, una messinscena senza lusso ma che corrisponda rigorosamente all’epoca in cui si svolge la vicenda: gli anni Venti dell’Ottocento; quarto, «i cori non devono essere un gregge di pecore come avviene sulle scene imperiali, ma degli esseri umani che prendono parte all’azione»; quinto, il direttore non dovrà essere «né una macchina, né un musicista alla Napravnik [direttore d’orchestra del Mariinskij di San Pietroburgo], il cui solo cruccio è che si esegua un Do e non un Do diesis». E conclude con un’affermazione rivelatrice che ci consente di penetrare la natura profonda dell’opera: «Per nulla al mondo consegnerei Onegin ai direttori dei teatri imperiali di San Pietroburgo e di Mosca. Se non potrò farlo rappresentare al Conservatorio, allora non lo darò da nessuna parte». Certo, dopo l’esordio al Conservatorio, l’Onegin entrò nel repertorio tanto del Mariinskij di Pietroburgo (più volte diretto dallo stesso Napravnik) quanto del Bol’¨oj di Mosca, ma la dimensione intimista e antispettacolare (e antimelodrammatica) dell’opera venne man mano riconosciuta come la vera anima di un capolavoro che si contrappone al modello del grand-opéra internazionale. Interessante notare come, per Čajkovskij, quest’ultimo fosse alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento incarnato dall’acclamatissima Aida verdiana. A chi lo metteva in guardia dalla natura troppo poco teatrale del suo lavoro, l’autore di Onegin rispondeva: «Ma a che servono questi effetti? [...] io vorrei lavorare su opere in cui vi siano creature simili a me, che provano emozioni da me provate, a me comprensibili. Non so quello che può aver provato una principessa egizia, o un faraone, o qualche nubiano infuriato». E ribadendo questa estetica dell’intimismo e della semplicità in opposizione al kolossal "grand-opéristico", egli dichiara di aver «bisogno di soggetti in cui non vi siano imperatori, imperatrici, sommosse popolari, battaglie o marce, e di tutti quegli attributi che compongono il grand-opéra».

Non a caso il luogo più amato e celebrato dell’intera opera è la meravigliosa "scena della lettera", che si svolge tutta nel mondo interiore di Tat’jana. In un tempo tutto psicologico e sospeso. A proposito di Tat’jana, va detto che, diversamente da quanto accade in Pu¨kin, è soprattutto la sua figura che campeggia nell’opera di Čajkovskij. Quest’ultima si apre con un Preludio monotematico tutto incentrato su quello che diventerà il "motivo di Tat’jana" – un motivo discendente e malinconicamente cromatico che ritorna costantemente nella prima parte dell’opera. Dopo la metamorfosi (reale o apparente?) di Tat’jana in seguito al duello e all’assurda morte di Lenskij, cui succederà il suo matrimonio col principe Gremin, ritroviamo tale motivo all’inizio della scena finale, quella dell’addio definitivo a Onegin: sotto la maschera della principessa disinvolta e altera batte ancora il cuore della ragazza innamorata («Torno l’adolescente che ero, / come se nulla mi avesse separato da lui»). Ma ogni possibilità di appagamento sentimentale sembra negato in un’opera che fa dell’amore un oggetto impossibile o perduto. L’ultimo grido di Tat’jana («Addio, per sempre!») sulla nota più acuta della sua tessitura (Si) è tanto una rinuncia quanto un autoriconoscimento: come sua madre, che nella prima scena dell’opera rievoca con la njanja (la vecchia nutrice di casa) il suo adolescenziale sacrificio d’amore, anche Tat’jana accetta di entrare nell’età adulta ascoltando la voce dell’abitudine, «questo dono di Dio» (come dicono a più riprese la madre e la njanja) grazie al quale tutto il resto diventa nostalgia. L’opera di Čajkovskij, a differenza del romanzo di Pu¨kin, dovrebbe intitolarsi Tat’jana


 

Il soggetto

 

di Emilio Sala

dal programma di sala del Teatro alla Scala

 


Atto I


Giardino nella tenuta dei Larin.

La ricca vedova Larin aiutata dalla njanja Filipp’evna, la vecchia nutrice di casa, prepara marmellate e rievoca i tempi della giovinezza. Contemporaneamente si sentono le voci delle sue figlie Ol’ga e Tat’jana che cantano dentro la dimora. Sopraggiunge un gruppo di contadini a festeggiare la fine del raccolto. Attratte dai canti e danze popolari, Tat’jana e Ol’ga escono di casa. La prima ha un libro in mano ed è immersa nei suoi sogni malinconici; la seconda, sorridente e spensierata, dichiara tutta la sua voglia di vivere. Escono i contadini ed entra il poeta Lenskij, fidanzato di Ol’ga, in compagnia di un suo amico giunto da Pietroburgo: Evgenij Onegin. Mentre Lenskij esprime in modo appassionato il suo amore per Ol’ga, Tat’jana appare turbata e colpita da Onegin. È l’ora di cena e tutti si dirigono verso casa.

 

Camera di Tat’jana.

Prima di andare a letto, Tat’jana chiede alla njanja di raccontarle del suo matrimonio; poi le confessa di essere innamorata. Rimasta sola, scrive a Onegin una lunga lettera d’amore in cui mette in gioco tutta se stessa. È ormai l’alba. La njanja, giunta per svegliarla, riceve da Tat’jana la lettera da far recapitare a Onegin.

 

Un angolo del giardino dei Larin.

Sullo sfondo di un coro di contadine entra Tat’jana in preda all’ansia e all’agitazione. Poi viene raggiunta finalmente da Onegin che si rivolge a lei con calma e quasi con freddezza: il matrimonio e la vita familiare non fanno per lui. Mentre in lontananza si sente ancora il coro di contadine, Onegin offre il braccio a Tat’jana che esce di scena umiliata e silenziosa

Atto II


Il salone in casa dei Larin.

È l’onomastico di Tat’jana e in casa Larin si festeggia con un ballo fastoso. La mondanità di provincia e i pettegolezzi sul suo conto irritano Onegin: per vendicarsi di Lenskij che l’aveva convinto a venire alla festa, egli incomincia a corteggiare Ol’ga. Di fronte alle proteste di Lenskij, Ol’ga gioca a ingelosire il fidanzato. A questo punto, Monsieur Triquet, un vecchio precettore francese, canta alcuni couplets in onore di Tat’jana. Ma il ballo ricomincia e Onegin danza ancora una volta con Ol’ga. Lenskij, al colmo dell’esasperazione, sfida a duello l’amico.

 

Sulle sponde d’un ruscello.

È l’alba. Lenskij sta aspettando il suo avversario in compagnia del testimone. Presagendo la morte imminente, egli rievoca la sua vita passata col pensiero sempre rivolto all’amata Ol’ga. Arriva Onegin accompagnato, invece che da un testimone, dal suo cameriere. I due rivali ripensano alla trascorsa amicizia ma non è più possibile evitare il duello. Dopo i quattro passi di rito, Onegin spara per primo. Lenskij cade colpito a morte.


Atto III


Sala in una ricca dimora di Pietroburgo.

Circa due anni dopo, nel salone di un palazzo pietroburghese, si sta svolgendo una elegante festa da ballo. Anche Onegin è tra gli invitati, appartato e afflitto, appena tornato a Pietroburgo dopo una lunga assenza. Fa il suo ingresso il principe Gremin con Tat’jana, che nel frattempo è diventata sua moglie. Onegin quasi non la riconosce nelle nuove vesti di elegante dama del bel mondo. Poi apprende dal principe, suo vecchio amico, del loro matrimonio e della felicità che l’arrivo di Tat’jana ha portato nella sua vita. Dopo un breve saluto al suo antico amore, Tat’jana chiede di ritirarsi. Onegin scopre di essere perdutamente innamorato di lei.

 

Salotto nel palazzo del principe Gremin.

Profondamente turbata, Tat’jana legge una lettera di Onegin. L’antica fiamma sembra ridestarsi in lei più viva che mai. Entra Onegin che si getta ai suoi piedi. Tat’jana gli ricorda il freddo rifiuto col quale egli aveva risposto alla sua lettera appassionata, ma non può nascondergli il suo sentimento. Onegin cerca allora di convincerla a fuggire, ma Tat’jana trova la forza di rinunciare a lui in nome della fedeltà al marito e gli dà un ultimo e definitivo addio.


VLADIMIR JUROWSKI


Nato a Mosca, figlio del direttore Mikhail Jurowski, compie la prima parte dei suoi studi musicali al Conservatorio della sua città natale. Nel 1990 si stabilisce con la famiglia in Germania; prosegue i suoi studi presso le accademie musicali di Dresda e Berlino, e si perfeziona con Colin Davis, Rolf Reuter e Semion Skigin.

 

Nel 1995 debutta al Festival di Wexford, dove dirige con successo Notte di maggio di Rimsky-Korsakov. Lo stesso anno debutta anche al Covent Garden con Nabucco.

 

Nella stagione 1996/97 dirige alla Komische Oper di Berlino; l’anno successivo ne diventa direttore principale, fino al 2001. Dal 1997 Valdimir Jurowski è regolarmente ospite delle maggiori istituzioni musicali a livello internazionale, come la Royal Opera House Covent Garden, l’Opéra Bastille di Parigi, la Monnaie di Bruxelles, il Rossini Opera Festival di Pesaro, il Festival di Edimburgo, la Semperoper di Dresda, la Fenice di Venezia, il Maggio Musicale di Firenze, il Teatro Comunale di Bologna (dove è stato Direttore ospite principale tra il 2000 e il 2003). Nel 1999 debutta con Rigoletto al Metropolitan di New York, dove torna poi in diverse occasioni.

 

Le stagioni più recenti vedono esordire Jurowski con orchestre di rilievo come la Los Angeles Philharmonic, la Filarmonica di Rotterdam, l’Orchestra Nazionale Russa, i Berliner Philharmoniker e ultimamente con la Pittsburg Symphony e la Philadelphia Orchestra.

 

Fra i suoi recenti successi operistici: La dama di picche al Metropolitan, Parsifal e Wozzeck alla Welsh National Opera, Guerra e Pace all’Opéra National de Paris, Die Zauberflöte, La Cenerentola e Otello a Glyndebourne.

 

In ambito sinfonico, sono previsti impegni con la London Philharmonic, la Oslo Philharmonic e l’Orchestra Nazionale Russa, e i debutti con la Staatskapelle di Dresda e con l’Orchestra del Concertgebouw.

 

La discografia di Vladimir Jurowski comprende la prima incisione assoluta (1994) della cantata Exil per soprano e orchestra da camera del compositore georgiano Giya Kancheli; L’etoile du Nord di Meyerbeer (1996); Werther di Massenet (1999). Recente l’uscita della prima di una serie di incisioni con l’Orchestra Nazionale Russa, con la Suite n. 3 di ?ajkovskij e il Divertimento dal Bacio della fata di Stravinskij.

 

Nell’estate del 2000 Yurowski è nominato Direttore Ospite Principale dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, e nel 2001 dell’Orchestra Verdi di Milano.

 

Nel 2000 vince il "Premio Abbiati" come miglior direttore dell’anno.

Dal gennaio 2001 è Direttore Musicale del Glyndebourne Festival Opera. Nel 2003 è nominato Direttore Ospite Principale della London Philharmonic Orchestra. Nel 2005 Direttore Ospite Principale dell’Orchestra Nazionale Russa.

 

Evgenij Onegin segna il suo debutto sul podio scaligero.


GRAHAM VICK


Tra i maggiori registi della scena lirica, è direttore artistico della Birmingham Opera Company (ex City of Birmingham Touring Opera).

Lavora per i più importanti teatri d’opera, con direttori del calibro di Riccardo Muti (Milano), James Levine (Met New York), Bernard Haitink (Covent Garden Londra), Zubin Mehta (Monaco di Baviera), James Conlon (Parigi), Andrew Davis (Chicago).

E’ di Graham Vick la regia del Falstaff che ha aperto il Covent Garden nel dicembre 1999 e dell’Otello che ha inaugurato la Stagione 2001/02 del Teatro alla Scala. Altre produzioni recenti: Macbeth alla Scala, Moses und Aron e Il trovatore al Metropolitan, La dama di picche a Chicago, I racconti di Hoffmann alla English National Opera, Così fan tutte, Le nozze di Figaro, Don Giovanni e Pelléas et Mélisande a Glyndebourne (dove è stato "director of productions" dal 1994 al 2000), Don Carlos all’Opéra di Parigi, Ernani a Vienna, Wozzeck, Fidelio, Candide e Il ritorno di Ulisse in patria a Birmingham, Peter Grimes a Parigi, Tamerlano e Idomeneo a Firenze, Mefistofele a Amsterdam, Les Troyens a Monaco di Baviera e Firenze, Rigoletto a Madrid e Firenze, Simon Boccanegra a Torino, La traviata all’Arena di Verona, l’Oedip di Enescu a Cagliari, Werther a Lisbona, Il flauto magico al Festival di Salisburgo 2005 e in un’altra produzione al Bolscioi di Mosca. Ha curato la regia di Curlew River con la Birmingham Opera Company per i BBC Proms 2004 a Londra. Le sue produzioni di Macbeth e Otello sono state portate dalla Scala in tournée in Giappone nel 2003.

Prossimi impegni di Graham Vick: Poppea a Houston, Der Ring des Nibelungen a Lisbona, Don Giovanni con la Birmingham Opera Company, Orfeo a Ravenna, Il caso Makropoulos a Copenhagen.

 

Molti spettacoli realizzati da Graham Vick sono stati filmati per la televisione o per video; tra questi: La dama di picche, Eugene Onegin, Ermione, Lulu, Manon Lescaut, Pelléas et Mélisande (Glyndebourne), The Rape of Lucretia (English National Opera), Guerra e pace (San Pietroburgo).

 

Graham Vick è Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere (Francia) e Professore Onorario di Musica all’Università di Birmingham. Ha ricevuto molti premi e riconoscimenti, tra cui il Premio Abbiati e il South Bank Show Award for Opera per il Pelléas et Mélisande di Glyndebourne.

 

 

Al Teatro alla Scala, Vick ha curato la regia di Outis (1996, ripresa nel 1999), Macbeth (1997, ripresa nel 2001 e nel 2003 a Tokyo), Otello (2001, ripresa nel 2002, nel 2003 a Tokyo e nel 2005).

Dimitra Theodossiou debutta in ROBERTO DEVEREUX alle Muse

Storia d’amore e di vendetta, Roberto Devereux di Gaetano Donizetti è il terzo titolo della Stagione Lirica di Ancona. Un’opera che dopo i recenti tagli della Finanziaria alla Cultura andrà in scena in forma di concerto (quindi senza scene né costumi) ma con un cast musicale di assoluto rilievo. In un momento di grave crisi per l’intero mondo dello spettacolo italiano, il Teatro delle Muse riesce comunque ad assicurare al suo pubblico un’opera nella sua essenza musicale. 

Roberto Devereux, capolavoro del repertorio belcantistico, è un autentico banco di prova per l’interprete principale, a  cui il compositore regala una vocalità impervia e virtuosistica che si contrappone alla tragicità di un personaggio e di una  vicenda che,  calati  in un contesto drammaturgico straordinario, fanno sì che l’espressività  sia  al centro di una costante tensione narrativa. L’occasione al Teatro delle Muse si segnala per il debutto in uno dei ruoli più temibili affrontati dalle grandi primedonne (dalla Gencer alla Caballé, dalla Sills alla Gruberova) di un soprano di punta del momento,  l’ellenica Dimitra Theodossiou, che con questa inedita raffigurazione della regina Elisabetta I darà prova della sua eccezionale versatilità di cantante e d’interprete. “Un ruolo ricco di sentimenti. Vocalmente ancor più difficile di Anna Bolena, ma - dichiara il soprano lirico di coloratura drammatica, -  sono questi i ruoli che preferisco perché danno espressione a quella grinta che mi ha permesso di interpretare Attila con successo. In più, debuttare il Roberto Devereux con il Maestro Campanella è un’autentica fortuna perché è un esperto riconosciuto del belcanto e perché, cosa rara, riesce ad adattare la partitura alla voce del cantante ” Ma di prestigio è tutta la compagnia con la quale il soprano greco ha già cantato: uno dei nostri migliori baritoni, Roberto Frontali (Duca di Nottingham), l’interessantissimo tenore emergente Massimiliano Pisapia (Devereux), il suggestivo mezzosoprano argentino Nidia Palacios (Sara), il tenore Piero Picone (Lord Cecil), il basso fabrianese Ezio Maria Tisi (Sir Gualtiero). Come già detto, l’opera donizettiana è affidata alla bacchetta ideale del direttore che più d’ogni altro si è imposto nel repertorio, Bruno Campanella, alla guida dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana, del Coro Lirico “V. Bellini” e dei cantanti. .

 

L'azione del Roberto Devereux si svolge nel XVI secolo a Londra. La regina Elisabetta ama il conte Devereux e rifiuta di condannarlo come traditore. Roberto si reca di notte nella stanza di Sara, moglie del duca di Nottingham. In pegno d'amore le dona l'anello che Elisabetta gli aveva regalato e lei, in cambio, gli consegna la sua sciarpa ricamata (atto I).

La regina accusa Roberto di tradimento, mostrando al duca di Nottingham la sciarpa ricamata che Sir Gultiero Raleigh gli ha sottratto. Il duca, riconosciuta la sciarpa della moglie, chiede di sfidarlo a duello. Roberto è arrestato, condannato a morte e rinchiuso nella torre di Londra (atto II).

Roberto supplica Sara di riportare ad Elisabetta l'anello. Sara obbedisce, la regina ordina di liberarlo, ma è troppo tardi. Un colpo di cannone annuncia l'avvenuta condanna capitale. Il duca di Nottingham confessa d'aver ritardato apposta l'arrivo della moglie ed Elisabetta furente li fa rinchiudere entrambi. Ossessionata dal fantasma di Roberto abdica infine a favore di Giacomo I (atto III).

 

I biglietti sono in vendita presso il botteghino del Teatro, presso le filiali UniCredit e on line (www.teatrodellemuse.org)..

 

La “prima” sarà preceduta dalla Guida all’opera a cura di Giancarlo Landini (domenica 15 gennaio ore 11 al Ridotto del teatro)

PRELUDI ALL'OPERA. Un'iniziativa del Teatro Bellini di Catania

In coincidenza con la nuova Stagione Lirica del Teatro Massimo Bellini parte una nuova iniziativa, realizzata in collaborazione con la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania allo scopo di accompagnare lo spettatore verso ogni singola opera o balletto in Cartellone.
Sabato prossimo, 14 gennaio 2006 alle ore 17,30, nel foyer del Teatro Massimo Bellini, si aprirà il ciclo di conferenze “Preludi all’Opera”, una serie di incontri che verranno proposti in prossimità di ciascuna messinscena e che si aprirà, ovviamente, con I Cavalieri di Ekebù, di Riccardo Zandonai, opera che il prossimo 17 gennaio alle ore 20,30 inaugurerà la Stagione Lirica 2006.
La conferenza sarà tenuta dal musicologo Virgilio Bernardoni; vi prenderanno parte anche il direttore d’orchestra Daniele Callegari e il regista Federico Tiezzi, entrambi impegnati nella produzione dell’opera. L’incontro sarà aperto dal commissario straordinario del Teatro Massimo Bellini, Gaetano Pennino, e dal preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania, Enrico Iachello. L’ingresso è libero.
Gli altri appuntamenti in programma sono i seguenti:
- Sabato 18 febbraio 2006, ore 17,30: LA GIOCONDA di Amilcare Ponchielli. Conferenza di Michele Girardi. Partecipano Donato Renzetti (direttore) e Roberto Laganà Manoli (regista).
- Mercoledi 22 marzo 2006, ore 17,30. AMLETO, PRINCIPE DEL SOGNO su musiche di Dmitri Shostakovic. Conferenza di Salvatore Enrico Failla. Partecipa Carla Fracci.
- Venerdi 21 aprile 2006, ore 17,30. LA CENERENTOLA di Gioachino Rossini. Conferenza di Amalia Collisani. Partecipano Stefano Ranzani (direttore) e Franziska Severin (regista).
- Martedi 25 maggio 2006, ore 17,30. CENERENTOLA di Sergej Prokofiev
Conferenza di Piero Rattalino. Partecipano Pavel Smok (coreografo) e Pavel Dumbala (coreografo).
- Lunedi 30 ottobre 2006. Giornata di studi in occasione del 250° anniversario della nascita di Wolfgang Amadeus Mozart.
- Martedi 31 ottobre 2006, ore 17,30. DON GIOVANNI di Wolfgang Amadeus Mozart. Conferenza di Pierluigi Petrobelli. Partecipano Filippo Crivelli (regista) e Michele Pertusi (baritono).
- Mercoledi 6 dicembre 2006, ore 17,30. HÄNSEL UND GRETEL di Engelbert Humperdinck. Conferenza di Emilio Sala. Partecipano Fabrizio M. Carminati (direttore) e Alessandra Panzavolta (regista).
Il coordinamento scientifico è della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Catania, a cura di Maria Rosa De Luca e Graziella Seminara. Il coordinamento organizzativo è del Teatro Massimo Bellini, a cura di Gaetano Battiato, Delfo Di Giovanni e Antonella Fede.

Alagna per motivi di salute rinuncia al suo Des Grieux al Regio di Torino

Roberto Alagna avrebbe dovuto debuttare come Des Grieux nella nuova produzione del Teatro Regio di Torino del capolavoro di Puccini Manon Lescaut, firmato per la regia da Jean Reno. Il tenore, pur debilitato da diversi giorni per seri problemi di salute – che l’avevano già costretto ad annullare il gala concert di Capodanno a Parigi –, non ha voluto mancare alle prove dell’opera finché, nella giornata di ieri, ha accusato un malore in palcoscenico e ha dovuto lasciare il Teatro.

Il Regio ringrazia Roberto Alagna per l’impegno e la dedizione profusi e gli augura una pronta guarigione.

Per la prima rappresentazione di martedì 17 Antonello Palombi ha gentilmente accettato di sostituire Roberto Alagna nei panni di Des Grieux accanto a Svetla Vassileva, nel ruolo del titolo. Il Teatro è però costretto ad annullare la recita di venerdì 20 non essendoci le condizioni per completare la distribuzione degli interpreti.

I possessori di biglietto o di abbonamento potranno rivolgersi alla Biglietteria del Teatro dal 21 gennaio al 4 febbraio per chiedere il rimborso o lo spostamento su altra recita, anche su quelle olimpiche del mese di febbraio, compatibilmente con i posti disponibili. Per le recite olimpiche non verrà richiesta la prevista differenza di prezzo.

Per le relative informazioni di biglietteria: Biglietteria del Teatro Regio, Piazza Castello 215 - Tel. 011.8815.241/242 - biglietteria@teatroregio.torino.it - sito internet www.teatroregio.torino.it

 

Torino, 11 Gennaio 2006

         Paola Giunti

         Capo Ufficio Stampa

 

E' morta Birgit Nilsson

Stoccolma, 11 gen. (Adnkronos) - La cantante lirica svedese Birgit Nilsson, leggendaria soprano che deve la sua fama alle opere di Richard Wagner è morta all'età di 87 anni a Stoccolma. La notizia della scomparsa si è appresa a funerali avvenuti, celebrati nella sua cittadina natale di Vastra Karup. Nilsson è considerata la più grande interprete wagneriana del secondo dopoguerra. Il celebre soprano ha interpretato tutte le principali opere del compositore tedesco nei maggiori teatri del mondo. Tra gli altri, al Metropolitan Opera di New York, al Teatro dell'Opera di Vienna e al Teatro della Scala di Milano.

Birgit Nilsson era particolarmente versata, con la sua prodigiosa voce, per interpretare il ruolo di Isolde nel 'Tristano': memorabile resta la sua esibizione del 1959 a New York. Ha poi interpretato per molti anni il ruolo di Brunilde nel ciclo del 'Ring' di Wagner. Celeberrimi anche i suoi duetti con il tenore Franco Corelli nella 'Turandot' di Puccini. Nilsson ha interpretato anche opere liriche di Richard Strauss e numerose opere di Puccini.

Uno dei suoi più grandi successi è stata proprio l'eroina della 'Turandot', che ha portato in scena alla Scala di Milano, al San Carlo di Napoli, alla Fenice di Venezia, al Teatro del Maggio di Firenze, al Teatro dell'Opera di Roma, a Monaco di Baviera, a Zurigo, Lisbona, Barcellona e Parigi.

Negli anni '60 è stata più volte ospite delle stagioni di concerto dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Con l'orchestra e il coro dell'Accademia ha inciso per la Decca la Tosca di Puccini (1966) diretta da Lorin Maazel con Franco Corelli e Dietrich Fisher-Dieskau, Il Ballo in Maschera di Verdi (1960) diretta da Georg Solti con Carlo Bergonzi e Giulietta Simionato e il Macbeth di Verdi (1964) diretto da Thomas Schippers con Giuseppe Taddei.
Stoccolma, 11 gen. (Adnkronos) - La cantante lirica svedese Birgit Nilsson, leggendaria soprano che deve la sua fama alle opere di Richard Wagner è morta all'età di 87 anni a Stoccolma. La notizia della scomparsa si è appresa a funerali avvenuti, celebrati nella sua cittadina natale di Vastra Karup. Nilsson è considerata la più grande interprete wagneriana del secondo dopoguerra. Il celebre soprano ha interpretato tutte le principali opere del compositore tedesco nei maggiori teatri del mondo. Tra gli altri, al Metropolitan Opera di New York, al Teatro dell'Opera di Vienna e al Teatro della Scala di Milano.

Birgit Nilsson era particolarmente versata, con la sua prodigiosa voce, per interpretare il ruolo di Isolde nel 'Tristano': memorabile resta la sua esibizione del 1959 a New York. Ha poi interpretato per molti anni il ruolo di Brunilde nel ciclo del 'Ring' di Wagner. Celeberrimi anche i suoi duetti con il tenore Franco Corelli nella 'Turandot' di Puccini. Nilsson ha interpretato anche opere liriche di Richard Strauss e numerose opere di Puccini.

Uno dei suoi più grandi successi è stata proprio l'eroina della 'Turandot', che ha portato in scena alla Scala di Milano, al San Carlo di Napoli, alla Fenice di Venezia, al Teatro del Maggio di Firenze, al Teatro dell'Opera di Roma, a Monaco di Baviera, a Zurigo, Lisbona, Barcellona e Parigi.

Negli anni '60 è stata più volte ospite delle stagioni di concerto dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Con l'orchestra e il coro dell'Accademia ha inciso per la Decca la Tosca di Puccini (1966) diretta da Lorin Maazel con Franco Corelli e Dietrich Fisher-Dieskau, Il Ballo in Maschera di Verdi (1960) diretta da Georg Solti con Carlo Bergonzi e Giulietta Simionato e il Macbeth di Verdi (1964) diretto da Thomas Schippers con Giuseppe Taddei.

A Langhirano un ricordo della Tebaldi

 

1964. Una radiosa Renata Tebaldi sul balcone della sua casa di Piazza Garibaldi a Langhirano tiene in braccio l’inseparabile barboncino New. Sullo sfondo, la torre dell’orologio.

Renata Tebaldi era  una langhiranese. Nata a Pesaro perché la sua famiglia vi si era temporaneamente trasferita, era ritornata a Langhirano dopo tre mesi e vi è rimasta fino quandola sua voce unica non l’ha portata lontano a raccogliere applausi in ogni parte del mondo, ovunque ci fossero appassionati di musica. A Langhirano, tuttavia, è a lungo rimasta la persona a lei più cara, la madre, e anche molti ricordi. E sbaglierebbe chi pensasse che questi ricordi si fossero affievoliti con il trascorrere del tempo. In realtà il legame con il “suo” paese Renata lo ha coltivato con discrezione, com’era nel suo carattere.
In una lunga intervista radiofonica della fine degli anni sessanta rievocò l’infanzia langhiranese con estrema dovizia di particolari, arricchendo il racconto con espressioni dialettali – e chi ha avuto la fortuna di frequentarla sa bene che in presenza di compaesani il buon vecchio dialetto le tornava spontaneamente sulla punta della lingua.

Se un giorno qualcuno avesse la pazienza di trascrivere quell’intervista e trarne un volumetto ci si troverebbe tra le mani, oltre che una testimonianza artistica preziosa, anche un ritratto vivace della vita quotidiana di un piccolo paese dell’Emilia degli anni Venti e Trenta del Novecento. La Tebaldi, che tornava a Langhirano con discrezione, senza fare rumore e senza sentire il bisogno di gridarlo ai quattro venti per raccogliere approvazioni, con la stessa discrezione si è ricordata nel testamento di alcune istituzioni benefiche del paese, nel quale ora riposa accanto alla madre.
Ora, a un anno dalla morte, il Comune di Langhirano, l’Associazione Culturale Accademia degli Incogniti e la Pro Loco di Langhirano le hanno dedicato una piccola mostra che ha però uno scopo preciso e importante, quello di mantenere vivo il filo che lega Renata Tebaldi e Langhirano.

Un Turco di qualit

Il Turco in Italia

Dramma buffo in due atti di Gioachino Rossini (1792-1868)
libretto di Felice Romani, dal libretto di Caterino Mazzolà Il Turco in Italia, messo in musica da Franz Seydelmann (Dresda 1788)

Prima: Milano, Teatro alla Scala, 14 agosto 1814

 

Personaggi ed interpreti:

Selim – Michele Pertusi

Donna Fiorilla – Eva Mei

Don Geronio – Alfonso Antoniozzi

Don Narciso – Mark Milhofer

Prosdocimo – Alfonso Antoniozzi

Zaida – Silvia Gavarotti

Albazar – Luigi Petroni

 

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino

Corrado Rovaris, Maestro concertatore e direttore d’orchestra

Claudio Marino Moretti, Maestro del coro

Giannandrea Agnoletto, Maestro al fortepiano

 

Antonio Calenda, regia

Nicola Rubertelli, scene

Maurizio Millenotti, costumi

Aurelio Gatti, coreografia

Ivo Guerra, assistente alla regia

 

Allestimento del Teatro Comunale di Bologna

Teatro Regio di Torino, 11 dicembre 2005

 

La storia è nota. “Il Turco in Italia” appartiene ad un trittico rossiniano di “turcherie”, assieme a “La pietra di paragone” (1812) e “L’Italiana in Algeri” (1813) e assai male accolta dai milanesi, città dove, il 14 agosto del 1814 venne eseguita in prima assoluta al Teatro alla Scala, con la Maffei-Festa (Fiorilla), David (Don Narciso), Filippo Galli (Selim). Fu accusata d’essere una “Italiana riscaldata”, né Rossini si fece scrupolo di riciclare la musica del “Turco” in altre opere, come il duetto Fiorilla/Geranio “Per piacere alla Signora” (atto I) e il quintetto del ballo (atto II) riapparsi ne “La Gazzetta” (Napoli, 1816), mentre certe altre pagine vennero reimpiegate ne “La Cenerentola” (1817), mentre la sinfonia, con varie modifiche, venne riutilizzata per “Signismondo”(1814) e per “Otello”(1817).

La musica del “Turco” è frizzante, intrisa d’una briosa leggerezza, senza alcuna volgarità. Il Teatro Regio di Torino ha ripreso un’edizione del 1994 del Teatro Comunale di Bologna, e vista anche la passata stagione al San Carlo di Napoli; è una edizione che non è invecchiata affatto, grazie ad una impostazione sobria ma piacevole, molto attenta alle esigenze del teatro, senza nessun eccesso di gags che, nel Rossini buffo, è pericolo sempre dietro l’angolo.  La sinfonia è eseguita a sipario aperto, con Prosdocimo di spalle intento ad osservare il boccasena di un teatrino con tre palchi vuoti per ciascuno dei tre lati; “teatro nel teatro”, ma niente di nuovo (negli anni Settanta vidi un progetto analogo al Politema Garibaldi di Palermo – il Poeta utilizzava lì una macchina da scrivere – e anche Luzzati, se non erro, utilizzò due quinte coi palchi; pare inevitabile, nel “Turco”…). In un’intervista a Calenda[1], il regista salernitano, classe 1939, dichiara, a proposito di Prosdocimi, dichiara: “E la funzione del poeta è compiere un distanziamento, una sorta di epicizzazione del racconto, ma sì, diciamolo, uno straniamento brechtiano che porta l’opera in una dimensione contemporanea. Una cornice, insomma, che ho voluto interpretare non come fine a se stessa ma attraverso l’amabilità del teatro napoletano ottocentesco. Per assurdo, qualcuno ci ha visto la tradizione di Di Giacomo, ma io penso anche all’avanspettacolo, al comico inetto di stampo partenopeo”. Calenda, come già altri prima di lui, ha delimitato uno spazio grigio, metateatrale, in cui Prosdocimo entra ed esce dallo spazio teatrale vero e proprio; peccato però che questo spazio, in verità, interagisca con altri protagonisti, perdendo la sua connotazione di luogo Altro.

 

 

Forse, con questi rimandi a Brecht e a Pirandello si finisce col nuocere allo stesso Rossini; non qui, non stavolta, almeno. E tuttavia, visto che la turquerie è solo un pretesto, è sottolineando il ruolo di Selim, lo Straniero, il Diverso, che si può evidenziare uno degli aspetti più interessanti della vicenda. Come un perturbante pasoliniano, Selim (e quale miglior Selim di Pertusi!) è forte, semplice e rude, galante, maschio; da tutto ciò è sedotta Fiorilla, da tutto giò è soggiogato Geronio. E’ bella, questa produzione. Perché Don Geronio è reso da Calenda e da Antoniozzi (che artista eccellente!) non “geron”, il vecchio, ma un uomo malinconico, come malinconio è Don Pasquale. Il ruolo di Fiorilla, per certi versi, è accomunabile a quello di Norina, ma la Mei è totalmente priva di quella “ironia meridionale” cui faceva riferimento, nei suoi Diarii, Gianandrea Gavazzeni; lontanissima (e citato ancore quel geniale scrittore che è Alberto Arbasino) da “quel witty alla Rosalind Russell o Myrna Loy”.

 

 

La Napoli del libretto (un puro pretesto, chè poteva essere Venezia o Bologna, e niente mutava) si ritrova appieno nella bella scena di fondo del primo atto; c’è solarità, c’è l’odore del mare (e com’è ben congegnato l’arrivo della nave, com’è risolto elegantemente, senza banalità e pure con efficace realismo). Del cast, in parte, si è detto. Meglio non si poteva, persino nell’infelice parte di Don Narciso, che Mark Milhofer restituisce con grande senso dello stile, precisione degli acuti, e quel gusto un po’ retrò nel timbro della voce che non dispiace affatto. Una sola perplessità persiste nella Fiorilla della Mei, più coquette che spiritata, a suo agio nel coté malinconico, larmoyant. Ma a Fiorilla occorre brio, ed Eva Mei ne ha poco. Troppo poco. Il pubblico la applaude forse più che agli altri interpreti, e se lei è contenta così, va bene pure per me. Molto spigliata la direzione di Rovaris negli ensembles, come il coro dei Turchi, il quartetto “Ma pria di lasciarvi” (atto I), il quintetto “Oh! Guardate che accidente” (atto II), con perfetto controllo degli equilibri sonori tra fossa e scena. Il coro è eccellente (e come non potrebbe con un maestro come Moretti), le luci troppo fisse (il che rende ancor più statici certi momenti). Un Turco di qualità. Un’altra bella tappa nella stagione del Regio di Torino.

 

Sergio Albertini © 2005

 

 

 

 

 



[1] “Antonio Calenda. La dimensione contemporanea del Turco rossiniano”, di Luca Del Fra, Sistema Musica 4/2005-06, pag.25

Scamiciato Des Grieux, sensuale Manon. A Parma, in ricordo della Tebaldi

 

 

Manon Lescaut

Dramma lirico in quattro atti di Giacomo Puccini

Personaggi ed interpreti:
Manon Lescaut – Michele Capalbo

Lescaut, sergente delle guardie del re – Carmelo Corrado Caruso

il cavaliere Renato Des Grieux, studente – Marcello Giordani

Geronte di Ravoir, cassiere generale – Angelo Romero

Edmondo, studente – Luca Casalin

l’oste – Roberto Tagliavini

il maestro di ballo – Paolo Barbacini

un musico – Alessandra Canettieri

il sergente degli arcieri – Roberto Tagliavini

il lampionaio – Nicola Pascoli

il comandante di marina – Emiliano Esposito

 

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma

Maestro concertatore e direttore d’orchestra Pier Giorgio Morandi

Maestro del Coro Martino Faggiani

Regia Stephen Medcalf

Scene e costumi Jaime Vartan

Coreografie Maxine Braham

Lighting designer Simon Corder

Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma

 

Parma, Teatro Regio, domenica 18 dicembre 2005, terza rappresentazione

 

Si apre nel ricordo di Renata Tebaldi, ad un anno dalla morte, la nuova stagione del Regio di Parma, con una bella mostra di ricordi, costumi, curiosità e che dopo Parma sarà proposta alla Scala, alla Staatsoper di Vienna, e poi ancora Mosca, Barcelona, Tokyo, New York. Anche la scelta della Manon Lescaut,  assente da un quarto di secolo dalle scene parmensi, era un omaggio: alla Tebaldi, e alla Dessì, che in coppia con Armiliato (contestato da una parte del pubblico), erano gli interpreti della prima. Ma miglior sorpresa è giunta da un secondo cast,  accolto trionfalmente dal pubblico; una giovane Michele Capalbo, bruna nei capelli e nel canto, che possiede una vocalità drammatica, scura, ben lontano dalla equivoca e smaliziata giovinetta messa in musica da Puccini, e che costruisce, con ancora qualche immaturità attoriale, una protagonista dall’indole nostalgica (“ma di gaiezza il bel tempo fuggì”). Magnifico Des Grieux Marcello Giordani, forse troppo  calato nella “parte” del Tenore (acuti spinti, qualche singhiozzo di troppo, scamiciato nell’abito e nello stile); ma Giordani, quando vuole, conosce anche l’arte sottile e raffinata di un canto sfumato e variegato. Meno bene le altre parti, con un Geronte sfilacciato e sfibrato (Angelo Romero) e un Edmondo, studente sì, ma di molti anni fuori corso (Luca Casalini)! Pier Giorgio Morandi cerca il pedale della tragedia della separazione, ma l’orchestra (peraltro ottima) è condotta con una tensione centripeta che lancia via erotismo e disperazione, fermandosi ad un modesto realismo borghese.

Accolto da dissensi lo spettacolo di Stephen Medcalf (con il valido contributo delle scene di Jaime Vartan e delle luci dal forte taglio drammatico di Simon Corder), è invece prodotto di eccellente intelligenza, spoliato da ogni ingombro, che pone al centro i personaggi e le loro relazioni. Su una piattaforma in legno, il primo atto viene reso da una serie di insegne appese da montanti che, nel secondo atto, sostengono cieche specchiere ovali; nel terzo atto queste stesse specchiere racchiudono le sbarre delle celle da cui si affacciano le infelici prigioniere. Una piccola duna, dentro cui sprofonda lentamente Manon, è il fulcro di un nudo e crudele quarto atto. Il fondo grigio della scena si trasforma ora in una carrozza, con la semplice disposizione di alcune aperture, poi in nave; segni forti, e visivamente di grande suggestione. Medcalf fa muovere le masse in maniera cinematografica, con alcuni “fermo immagine” quando cantano Manon e Des Grieux. I palchi di proscenio si affollano di cicisbei che, con indubbia commozione, si affacciano al ralenti nella scena finale, inviando baci che mai giungeranno a destinazione...

 

Sergio Albertini © 2006

Il Fidelio di Beethoven/Paladino al San Carlo di Napoli

 

 

 

Fidelio di Ludwig van Beethoven
libretto di Joseph Sonnleithner e Georg Friedrich Treitschke, da Léonore di Jean-Nicolas Bouilly

Personaggi ed interpreti:
Don Fernando, ministro (Andreas Macco)

Don Pizarro, governatore di una prigione di stato (Eikie Wilm Schulte)

Florestan, un prigioniero (Jon Villars)

Leonore, sua moglie, sotto il nome di Fidelio (Jeanne-Michèle Charbonnet)

Rocco, carceriere (Stephen Milling)

Marzelline, sua figlia (Anna Skibinsky)

Jaquino, portiere (Michael Spyres)

 

Orchestra e Coro del Teatro San Carlo di Napoli

Direttore Tomas Netopil

Maestro del coro Marco Ozbic

 

Regia di Toni Servillo

Scene di Mimmo Paladino

Impianto scenico di Daniele Spisa

Costumi di Ortensia De Francesco

Disegno luci di Cesare Accetta

 

Nuovo allestimento del Teatro San Carlo di Napoli

 

Napoli, Teatro San Carlo, venerdì 9 dicembre 2005, terza rappresentazione

 

 

Quel che rende un unicum il San Carlo di Napoli è il progetto, coerente e vincente, del Sovrintendente Gioacchino Lanza Tomasi, la cui strategia è quella di far interagire l’arte contemporanea con l’opera e il balletto. Dopo Arnaldo Pomodoro e Capriccio di Strauss, Bruce Marden e Orfeo ed Euridice, Valerio Adami e Olandese volante, Anselm Kiefer e Elektra, Giulio Paolini e Walkure, per l’apertura di una stagione che si preannuncia difficile per via deitagli alla cultura voluti dal governo Berlusconi si è prodotto uno degli spettacoli forse più belli apparsi sulle scene italiane negli ultimi anni. Un Fidelio (assente da Napoli da oltre trent’anni) che portava la doppia firma “napoletana” di Toni Servillo (regia) e Mimmo Paladino (scene) e che proprio nella parte visiva aveva la componente più memorabile; le sculture di Paladino erano parte integrante dell’opera: una grande testa sagomata, ferrigna e ruginnosa e con lo sguardo rivolto verso il basso, luogo di prigione e negazione del cielo, era segno forte dell’attesa di liberazione; una citazione dell’Andrej Rublev era la terza scena,

 

 

in cui Florestan è legato ad una enorme campana bronzea sospesa nel suo movimento, il cui batacchio è anch’esso congelato nell’attesa di ritrovare un suono festoso; la prigione è un pozzo oscuro su cui si staglia, sul fondo, una vertiginosa scala verticale da cui discendono i protagonisti; nell’ultima scena un poliedro luminoso stellare, simbolo della ragione che prevale sui drammi umani, risplende in un bagliore accecante (grande merito le luci di Cesare Accetta). Servillo, per suo conto, tra questi segni monumentali, ha scelto una regia atemporale, fatta di gestualità naturale ma abitata da grande inquietudine e drammaticità (come per i carcerati, che rimangono rintanati in un angolo anche nell’ora d’aria, o come nel finale, in cui il popolo avanza verso la fossa come nel celbre quadro “Il quarto stato” di Pelizza da Volpedo, o per i costumi, disegnati da Ortensia De Francesco, che rievocano le tute di lavoro dei lager di ogni tempo e latitudine.

Meno entusiasmante il debutto napoletano del giovanissimo direttore Tomas Netopil, chiamato a sostituire il compianto Gary Bertini; una direzione scolastica e modesta (nonostante gli applausi alla ouverture “Leonore”, inserita fuori luogo a spezzare l’andamento drammaturgico dell’opera).

 

 

La Charbonnet è una Leonore troppo wagneriana (fu Isotta la passata stagione), Jon Villars canta come se in carcere, anzichè il digiuno, gli avessero offerto anabolizzanti; efficaci il Rocco di Stephen Milling, il Pizzarro di EIke Wilm Schulte e lo Jazuino di Michael Spyres; Anna Skibinsky, deliziosa scenicamente, a causa di una indisposizione annunciata solo al secondo atto, siamo riusciti ad ascoltarla poco.

 

 

Sergio Albertini © 2006